Il titolo rende anche omaggio alle artigiane della seta e del cotone della PDR Lao, che abbiamo lasciato per fare ritorno in Thailandia per il nostro giro a chiocciola che ci riportera' infine a Bangkok.
I delfini dell'Irrawedy cosi' come le cascate sul Mekong restano un miraggio e una meta per un prossimo, forse, viaggio, causa mancanza di tempo (il visto scadeva!).
Le informazioni raccolte rispetto alle strade cambogiane ci sconsigliavano di entrare dal Laos, soprattutto con le nostre bici non MTB.
Le dispute di attribuzione tra Thailandia e Cambogia ci impediscono anche di visitare il mitico Preah Vihear, chiuso dalla parte thai e irrangiungibile, di fatto, da quella cambogiana. Sembra che il governo thai abbia addirittura ritirato le proprie rappresentanze diplomatiche dallo Stato vicino e consigli ai propri cittadini di rientrare. Forse c'e' di mezzo lo zampino dell'ex premier Taksin...
Siamo ad Ubon Ratchathani, una citta' in piena espansione dove ritroviamo le cose che ci mancavano: i dolcetti di strada e il mercato della sera dove cenare bene e a poco prezzo. Inoltre, possiamo fare rifornimento di pezzi di ricambio (Gaia ha rotto un pezzo del freno e Ale la pedaliera e un copertone, pure lui). Mr. Tuffy ha di nuovo un sellino degno di questo nome, i testicoli ringraziano.
Ieri abbiamo fatto conoscenza del sig. Michele, un simpatico pugliese in pensione che fa il volontario per la ONG Reability che si occupa di aiutare la popolazione Karen in Birmania (clandestinamente) e in Thailandia. Ci siamo divertiti ad ascoltare la sua esperienza di farang immigrato in terra thai.
Khai Pii o la transustanziazione
Da Savannakhet, nonostante il raffreddore di Ale e la durezza del suo pseudo sellino, riprendiamo la R13 dopo aver raggiunto un paese chiamato Ban Lak 13 (villaggio km 13, tanti sono i paesi chiamati con il numero del km stradale, che fantasia questi comunisti!).
E' un mercato-paese davvero interessante, pieno di prodotti che spesso non si trovano nemmeno nelle citta'. I 200 km che ci porteranno a Pakse sono nel nulla, ma un nulla, come quello australiano, solo ai nostri occhi occidentali. In realta' ci sono tanti villaggi con case tipo queenslander, su pilastri, ben rialzate da terra per difendersi dalle inondazioni. Altre case sono in stile europeo-sfarzoso-arabeggiante-cinese. Non vediamo la miseria delle montagne del nord. Molte delle case piu' belle, pero', sono vuote forse perche' i proprietari sono emigrati...
Tanta campagna, risaie, alberi, fiumi, fascine e cumuli di paglia su cui i bimbi si tuffano dal balcone della loro casa; tutto e' ben tenuto, ordinato, insomma c'e' un po' di campagna francese, oltre alla baguette.
Ci fermiamo sul ponte di un imponente fiume per una foto, ma veniamo raggiunti da un soldato sedicenne con il mitra portato sulla spalla come fosse il bastone che regge un fagotto. E', ci pare, chiaro segno di non belligeranza, sembra volerci dire che non lo userebbe mai (dai ai nostri sedicenni un fucile e ti diventano dei bulli...). Ci fa capire che non possiamo fermarci sul ponte a far foto perche', forse, presidio militare "strategico".
Facciamo tappa a Phouangsavan dove troviamo l'unico posto dove dormire su 130 km, il bagno non ha il lavandino, il water non ha lo sciacquone, ma va bene. E' pieno di "ristorantini" la cui specialita' sono le khai pii, di cui vi andiamo a dare la ricetta: prendete delle uova crude, degli spiedini di legno, bucate con un coltellaccio top e bottom delle uove e versate il contenuto in un recipiente, conservando i gusci intatti. Sbattete bene a mo' di frittata le uova con un po' di pepe e erbe fini, quindi riversate con pazienza il contenuto miscelato nei gusci, mantenendoli inseguito orizzontali e infilzateli nello spiedo (qui tre uova per spiedo). Fate cuocere le uova al vapore (qui usano gli stessi recipienti dei panini cinesi) fino a che diventano sode e non per immersione perche' altrimenti il contenuto uscirebbe dalle uova. La "transustanziazione" e' avvenuta: le uova, rassodate vengono servite con del riso glutinoso e la loro particolarita' e' che non c'e' piu' distinzione tra rosso e bianco, un po' come in politica... Very good!!!
Il giorno dopo raggiungiamo Pakse, non prima di aver visto alcuni dei danni prodotti dalle alluvioni del mese scorso, piccoli canyon creati dall'acqua, alberi sradicati, fiori di loto cresciuti troppo alti rispetto a quel che rimane ora dell'acqua negli stagni.
L'aria e sempre tersa, il cielo di un azzurro incredibile, stelle e luna come non ne vedevamo da tempo. Di notte fa fresco e riusciamo finalmente a dormire senza ventilatore! Le farfalle lasciano il posto ad uccelli variopinti e i serpenti escono dopo le grandi piogge.
Anche i maiali, oltre alle altre bestie, occupano placidi la carreggiata.
Pranziamo in un "ristorante" con la solita zuppa (che tu la voglia o no, quella c'e'!) dove scorazzano galline e pulcinotti tutti bianchi che con le anatre si abbeverano in un secchio vicino alla cucina. Il gallo vola tra le padelle a controllare gli avanzi... forse della famiglia!
Transitare
Lasciamo subito Pakse per raggiungere Chempasak dove ci aspetta un altro sito patrimonio UNESCO, il sito archeologico piu' importante del Lao (senza la s), Wat Phu.
La traversata del Mekong avviene su una via di mezzo tra una chiatta e un ponte levatoio... molto pittoresco, ma ti chiedi per quanto resitera'! La chiatta imbarca un camion cisterna e dei sawng theaw stracarichi di merci e persone. Gaia chiede se tengano conto del peso, Ale impassibile risponde che no. Se non altro il fiume non e' piu' largo di due km...
Iscrizioni in sansicrito e fonti cinesi testimoniano l'importanza del sito fin dal V secolo, per i devoti induisti, e dei regni che si sono succeduti. La montagna sulla quale il sito e' dislocato su piu' livelli ricordava ai fondatori un fallo naturale e dunque Shiva. Alla base di questo monte di 1400 m e' stata fondata la citta'. Un viale fiancheggiato da falli di pietra conduce al complesso, passando per un enorme stagno che risale alla fondazione del tempio stesso, ancora pieno d'acqua. Ripide scalinate all'ombra di frangipane conducono all'ultimo livello da cui si domina con lo sguardo la piana del Mekong. I lavori di restauro, ben lungi dall'essere conclusi, sono stati curati da una nota archeologa italiana. Il museo, ben tenuto, offre spiegazioni e ricostruzioni storiche chiare anche in inglese. Il giorno della nostra visita, forse a causa del plenilunio, e' di festa, con tanti adulti intenti a giocare alla petanque, assistere a combattimenti di galli e bere birra, i bimbi sulle giostrine.
Lasciamo a malincuore questa amena localita' di fiume che sembra fatta apposta per il riposo e torniamo a Pakse, sempre col simpatico chiattone! Questa citta' ci fa da base per la visita dei paesini circostanti e del Bolaven plateau, prima di riattraversare la frontiera.
Nella zona, a Ban Ko Phoung, un villaggio di proto malesi di etnia khalun, gli abitanti si costruiscono ancora oggi da se' la propria bara e praticano una religione animista, mentre a Tat Sung i disegni tradizionali ricordano quelli degli aborigeni australiani a supporto della tesi di un'unica origine austroasiatica. Qui si occupano, da sempre, di addomesticare branchi interi di elefanti.
Transumanza
Mentre siamo tra i monti, ancora una volta, per salire l'altipiano di Bolaven, Ale in bici vede un mandriano che segue le sue mucche sul ciglio della strada; ricorda un uomo del passato, un mondo che da noi non c'e' piu'. Poco oltre, gli suona il cellulare, va avanti a parlare per un po', poi sale su un motorino e supera Ale: e' lui che ora lo guarda e gli sorride. Chissa' se se e' Ale in bici a ricordargli un mondo che non c'e' piu'...
La regione del Bolaven e' una delle piu' povere del Lao, avendo sofferto durante tra il Pathet e le forze realiste; i ponti della strada 23 sono stati tutti distrutti dai bombardamenti americani e non sono mai stati ricostruiti. E' stata lentamente sminata ed ora grazie all'incredibile clima produce una notevole varieta' di frutta e verdura ma, soprattutto, il rinomato caffe' uno dei piu' costosi, buoni e noti, agli esperti, del pianeta. Se in tutto il Lao il caffe' e' ottimo, qui supera se' stesso e lo si puo' bere anche biologico e solidale! Oltre ad alcune piantagioni di caffe', vediamo una delle piu' belle cascate della zona, quella piu' alta del Lao, Tat Fan, che si getta in una vertiginosa gola di 200 metri in mezzo alla giungla.
Mentre l'andata sono oltre 40 km di salita leggera, ma sempre salita, il ritorno e' fantastico: 40 km di discesa che non devi neanche frenare, ma non pedali mai! In meno di un'ora siamo di ritorno.
Il giorno successivo, lo spendiamo per visitare il villaggio di tessitori di Ban Saphai e l'isola fluviale di Don Kho. Questa e' costituita di case di contadini-pescatori, sempre tutte in legno, ma perfettamente tenute alcune delle quali sono anche homestay, si puo' cioe' soggiornare chez l'habitant, un'esperienza che forse meritava di essere fatta; l'elettricita' e'arrivata solo di recente, ma per il resto tutto e' ancora arcadia.
Transazioni
Puo' sembrare strano, ma comprare in Lao non e' cosi' semplice. La scarsa verve negli affari dei laotiani, o almeno di molti commercianti, ci appare paradossale viste le condizioni economiche del Paese. Sembra sempre che sia tu, cliente, a dover convincere lui, venditore, a concludere l'affare. C'e' una inspiegabile indifferenza al turista cliente potenziale. Gli uomini sembrano piu' interessati alla petanque, le donne alle tremende telenovelas che passano in TV (chi si ricorda di "Paco e Chico"?). Al bazaar di Pakse, ci mostriamo interessati all'acquisto di un pezzo di stoffa; sembra che siamo gli unici clienti. Dopo aver guardato e riguardato i pezzi esposti e le 4 (quattro) commesse, ci rivolgiamo direttamente ad una di loro chiedendo il prezzo. Con una smorfia quasi di dolore, alza la faccia dalla sua zuppa (chi non ne mangia una?) e risponde in laotiano. Alla nostra richiesta di digitare la cifra sulla calcolatrice come fanno tutti, lei, visibilmente scocciata, lenta come solo il Mekong, allunga un braccio, afferra l'attrezzo e continuando a darci la nuca ci mostra la cifra. Poco oltre, chiediamo ad un'altra venditrice il prezzo di un'altra stoffa: qui non e' il cibo, ma la telenovela a rendere la transazione fastidiosa (per lei). E gli aneddoti potrebbero continuare...
Il pranzo tipico quotidiano (la zuppa), quando non siamo per strada con le bici, cerchiamo di averlo di buona qualita'. Cosi' come a L. Prabang, anche a Pakse troviamo un posto di fiducia dove sorbirla. Gaia apprezza cosi' tanto che ci lascia letteralmente il portafoglio che siamo percio' costretti a tornare a cercare. Per fortuna la signora, oltre a fare un'ottima zuppa, e' anche molto onesta e ce lo restituisce subito, appena ci rivede, chiedendoci anche di verificare che ci siano tutti i (pochi) soldi!
Prima di lasciare il Lao, incappiamo nel false friend dei false friends. Gaia, come sempre intenerita dalle vecchine, decide di acquistare un misterioso pacchetto in foglia di banane, costosetto, ma che sembra essere una polpettina di mais e banana. Ale avverte che lui non lo mangera'. La vecchietta gliel'ha fatto assaggiare e lui lo ha liquidato con un "pannocchietta insapore"... A pranzo, Gaia apre il prezioso involto e scruta attentamente: la "cosa" e' una schiacciatina di vermi bianchi genere "cagnottone", probabilmente una prelibatezza per i locals, ma non per Gaia vegetariana, ne' per Tuffy che riassaggia, ma nuovamente non gradisce, aggiungendo che gli fa pure un po' senso...
Sic transit gloria mundi
Lasciamo Pakse pedalando sul ponte piu' lungo del Lao, con i suoi 1380 m. contro i 1240 del primo Ponte dell'Amicizia a Vientiane. Attraversiamo un'altra volta il Mekong e questa volta sara' l'ultima; qui possiamo fermarci per la foto di rito essendoci una bella corsia pedonale. Il fiume che e' stata la culla di numerosi imperi e di grandi civilita', lo ritroviamo la sera alla sua confluenza con il Mun nella piacevolissima cittadina di Khong Chiam, per poi lasciarlo. Passare la frontiera tra Vang Tao e Chong Mek e' davvero veloce e senza stress. Appena di qua, l'asfalto torna ad essere di velluto, il paesaggio da coltivato e monotono diventa lussureggiante ricordandoci zone lacustri europee. Pero' il caldo torna ad essere infernale.
A Khong Chiam la confluenza dei due fiumi e' chiamata "fiume bicolore" data la differenza tra il blu del Mun e l'arancio-marrone del Mekong, una differenza maggiormente visibile in aprile. La passeggiata lungo fiume, in tipico Thai touch e' ben curata ed illuminata. Anche questo paesino ci serve come base per la visita al vicino parco nazionale di Pha Taem, dove c'e' l'insieme di pitture rupestri (di 3000/4000 anni fa) piu' lungo del mondo che rappresenta oltre agli animali della zona (tra cui elefanti e il pesce gatto gigante del Mekong) attrezzi da pesca ancora oggi usati, mani, umanoidi e un reticolato che forse raffigura le prime risaie. Il sentiero rupestre parallelo al Mekong e' ben curato con alcune piattaforme di osservazione per poter vedere al meglio le pitture. Il paesaggio e' davvero molto simile a quello della Dordogna. Si vede che gli esseri primitivi, che erano pur sempre esseri umani, amavano allo stesso modo i luoghi riparati, di facile accesso e vicini all'acqua.
Nella zona vi sono anche curiose formazioni rocciose a fungo chiamate qui Sao Chailing, presenti anche in altre parti del mondo.
Varie pietre segnalano che questo e' il luogo piu' ad est della Thailandia, quello in cui sorge prima il sole, quello in cui si puo' vedere sorgere il sole prima, il parco nazionale piu' ad est; insomma, siamo nell'est piu' a est della Thailandia!
Tutti a letto! (coi trans)
I piu' attenti tra voi si saranno accorti che il titolo di ogni paragrafo ha al suo interno il termine trans che di per se' non ha alcun significato particolare.
Lo abbiamo fatto perche' ancora una volta colpiti dalle vicende italiane, il caso Marrazzo nella fattispecie. Vorremmo solo dire che non ci interessa che il presidente della regione Lazio abbia frequentato dei "trans" (se questi sono consenzienti e maggiorenni!), ma ci interessa eccome che un politico faccia uso di cocaina e accetti i ricatti delle "forze dell'ordine". Vorremmo poi anche dire che sia in Thailandia che nel povero Lao, i cd. transessuali sono perfettamente integrati nel tessuto sociale e, culturalmente accettati, svolgono qualsiasi tipo di professione senza suscitare resistenze o risatine pruriginose.
Laddove la cultura scarseggia o e' assoggettata bigottamente alla religione e dove la societa' e' ormai disgregata, l'integrazione diventa invece un problema per tutti...
Velocita' alla quale un ragno di medie dimensioni, attaccato alla sua ragnatela, si stacca da una bicicletta
33.2 km/h.
O almeno questo ragno.
Da Ubon Ratchathani ci dirigeremo ora verso sud ovest per passare nella polverosa Cambogia alla volta dei templi di Angkor. Speriamo di tornare!
martedì 10 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
En suivant le Mekhong
Come gia' anticipato, prendiamo un bus da Luang Prabang per fare ritorno a Vientiane (giusta traslitterazione: Vieng Chan). Da li', riprendiamo a pedalare, ora in direzione sud, con a destra il Mekong e, al di la' del fiume, la Thailandia, mentre a sinistra la catena dei monti Annamiti e il Vietnam, vicinissimo, a un giorno di bici. Ora siamo fermi a Savannakhet a causa di un "guasto tecnico" legato al trasferimento in sawngthaew...
Immaginateci, ora, voltare le spalle al nord, allo splendore di L. P. e delle sue montagne. Immaginateci lasciare Vientiane in bici e prendere la R13. Immaginate di pedalare lungo il Mekong. Immaginate mr. Tuffy pedalare senza sellino!
Incidenti
Appuriamo in questi mesi di sud est asiatico che i galli sono stupidi quanto le galline, anche se solo queste sono il termine di paragone per il detto. I galli, infatti, ne' piu' ne' meno delle galline e di vario pollame, si tuffano tra i raggi di bici e moto e sotto le ruote delle auto invece che scappare o semplicemente stare fermi dove sono. E lo fanno cosi', inaspettatamente.
La strada tra L.P. e la capitale, a ritroso, non e' faticosa (in bus), ma solo lunga e pericolosa. Partiamo alle 7 e arriviamo alle 18. All'alba, uscendo con le nostre bici dall'hotel, vediamo decine di monaci in fila per la questua rituale. Uno spettacolo che attrae numerosi turisti da tutto il mondo. Dopo le prime salite, vediamo un camion precipitato da un tornante piu' sopra e volato, letteralmente, su un motorino, speriamo vuoto; il camion cisterna, e' completamente appiattito e deformato per l'impatto.
L'umore di tutti i passeggeri migliora solo grazie a una "squadra di prevenzione" che sale poco dopo per reclamizzare l'uso dei preservativi, con battute e canti. I passeggeri gradiscono, ridendo e tenendo il ritmo con le mani. Il team leader e' un anziano signore molto grintoso. Peccato non capire. La marca e' la Number 1, un preservativo distribuito da una ONG e dunque senza scopo di lucro. Meglio che cercare di rifilare padelle...
Poco dopo che il gruppo e' sceso, lasciando uno strascico di risate, un pick up lanciato a tutta velocita' su per la salita, in curva, perde aderenza e ci viene a sbattere contro, proprio a meta' del bus. Tanto spavento, pick up distrutto, ma nessun ferito. Aspetteremo pero' due ore, in curva, con il solito ramo a segnalare la presenza di veicoli fermi, che arrivino due poliziotti, in motorino, a prendere le misure e a stendere il verbale. Durante l'attesa, come tutti gli altri passeggeri, anche Ale sale e scende piu' volte dal bus e regolarmente va a sbattere contro lo specchietto retrovisore. La sera si contano quattro bernoccoli di cui uno con sangue: che gallo, Ale!
Arriviamo a Vientiane al tramonto e raggiungiamo l'hotel al buio.
Capperi!
Vi avvisiamo: in questo paragrafo parleremo di capperi di altre cose di cui forse non vorreste sentir parlare.
La capitale e' meglio di come ci era sembrata, ha molto da offrire, senza essere troppo caotica e vi si trovano prodotti (yogurt e marmellate favolose) introvabili nel resto del Laos grazie ai progetti del comercio equo-solidale. Un progetto e' in cantiere per rifare finalmente il lungo fiume, mentre fervono altrove i preparativi per abbellire la citta' in vista degli imminenti giochi del sud est asiatico (SEA games).
Noi come moltissimi altri, ci ritroviamo in coda al consolato thai per riottenere un nuovo visto. Siamo il numero 419 quando lo sportello segnala il numero 60: tiriamo fuori i dadi! L'attesa e ' meno lunga di quanto temessimo, ma il giorno dopo aspetteremo ancora per ritirare i passaporti vistati.
Anche da qui, decidiamo di spedire un pacco a casa. Gaia entra percio' nell'enorme edificio delle poste centrali dove viene accolta da uno selva di impiegati. Il posto e' un misto tra i nostri uffici statali negli anni '70, quelli francesi e i sovietici. Soprattutto, c'e' del sud est asiatico: un'impiegata allo sportello, gomito appoggiato al bancone, tiene fisso l'indice destro nella narice destra, a ravanare. Gaia la fissa affascinata, ma lei non recede dalla ricerca! Avere le informazioni e' un po' come essere nella casa della burocrazia de "Le 7 fatiche di Asterix". Qui non esistono i fazzoletti e per strada tutti sembrano dei calciatori durante la partita...
A proposito di frutti del nostro corpo (come canta Elio)... ammettiamolo: il ciclo mestruale ci fa compagnia, quando non da' troppi problemi, ci ricorda che il corpo ha un ritmo che e' quello della natura e che come tale va rispettato. Pero', capperi (!), Gaia sperava di essersi liberata degli assorbenti degli ani '80 che solo nella pubblicita' ti consentivano di volare e lanciarti dall'aereo, ma che in realta' ti andavano in mezzo alle chiappe e si staccavano costantemente dagli slip: beh, qui quei maledetti ci sono ancora. Qui, i bimbi non usano quasi i pannolini e le donne possono acquistarli in confezioni da 4 (?!?), che li fanno sembrare dei prodotti di lusso, ma che in realta' contengono dei superati assorbenti degli anni '80...
SEA 2009
Lasciamo Vieng Chan, imboccando l'avenue des baguettes ovvero uno stuolo di venditori di strada che occupano i primi km di R13 per vendere il mitico pane francese. In centro fatichi a trovarle e costano il doppio. Perche' siano tutti qui, e' per noi un mistero... la R13 riserva pero' altre sorprese: e' infatti per lunghisimi tratti in fase di rifacimento (in previsione dei giochi) cosi' ci toccano polvere, pietre, sterrato e buche. Quando finalmente usciamo dall'incubo, uno strano rumore accompagna la pedalata di Gaia; pensiamo si tratti del cappello di paglia che ha trovato per terra e che siccomee'ildestinochel'hamessosullasua strada, Gaia raccoglie e attacca alle borse. Invece bang! esplode il copertone. Giusto il giorno prima Ale si era rifiutato di acquistarne uno nuovo, profetizzando che avrebbe retto per altri 500 km...che gallo, Ale! Ne abbiamo pero' di scorta.
Sulla strada visitiamo il wat Phabat Phansane con uno stupa decorato con tantisimi animali, davvero originale e nel wat la sacra improntona (piu' di un metro) del Buddha! Se Ale fatica a trovare il suo 44... capiamo perche' Lui andasse a piedi nudi!
A pranzo, ci tocca una delle zuppe piu' stomachevoli di questo lungo viaggio; nonostante, come al solito, chiediamo una zuppa senza muu (maiale), onnipresente, ci arriva uno zuppone coperto di frataglie che fanno inorridire pure mr Tuffy, mentre Gaia rispedisce la sua al mittente chiedendo di asportare il materiale organico. Ale mangia a testa bassa, scartando pero' la busecca... il colore della zuppa e' rosso sangue di bue. Al mercato vicino vediamo prendere le tartarughe vive con le pinze e metterle in un pentolone...
Gaia ribattezza tutto cio' che abbia forma vagamente sferica, dal contenuto poco chiaro e che occhieggia da una bancarella o dal piatto di Tuffy: "palla di pelo del Mekong".
Dormiamo a Thabok e quindi a Paksane, dove il mercato e' pieno di prodotti thai e c'e' un internet point (l'unico) in un garage su palafitta, scricchiolante, traballante, polveroso e pieno di ragnatele; il software e' cinese e i pc miracolosamente funzionano.
Da Paksane raggiungiamo Namthone, un paese un po' "pulcioso", cosi' come la guesthouse dove dormiamo, sebbene di pulci, fortunatamente, non ce ne siano.
La strada e' monotona fino alla confluenza del Nam Kading con il Mekong. Il punto e' meraviglioso, sia per il paesaggio a monte che per lo strano contrasto tra le acque limacciose del Mekong e quelle limpide del Kading. L'effetto ottico e' quello di un fiume che sbatte sulla spiaggia. Qui la strada segue il Kading per qualche km e la zona protetta che lo circonda dove c'e' infatti anche la sede della World Conservation Society. Una meraviglia. Questa zona e' quella dove c'e' la maggior concentrazione di animali selvatici anche in via di estinzione del sud est asiatico. A differenza delle montagne del nord, dove c'e' un silenzio assordante causato dalla fame che ha fatto si' che tutti gli animali, anche i piu' rari, finissero nelle pentole dei poveri paesani, qui ancora se ne possono trovare, mentre gli uccelli volano nel cielo senza timore di essere abbattuti: non ci sentiamo piu' soli (la mattina dopo Gaia ritrovera' dopo tanto tempo una ranocchietta nella sua scarpa!). Le farfalle, invece, sono una costante, sono l'unico essere che evidentemente e' stato risparmiato dai morsi della fame e ne siamo sempre circondati dal nostro ingresso in Laos. Sono di tutte le forme, dimensioni e colori, come i pappagallini in Australia. Un mondo in cui ci sono farfalle, pappagalli e il canto del kukaburra e' un mondo in cui certamente si sta meglio.
In mezzo a questa natura ancora non distrutta dalle dighe (c'e' di mezzo anche l'italiana CMC di Ravenna) in progetto qui in Laos, il sellino di Ale si rompe. Viene riparato come possibile, giusto per non fare la fine del ragionier Fantozzi...
E' un tripudio di nascite, adesso, il Laos: bufalini, caprettini, vitellini, gattini, cagnolini, esserini umani. E' finita la stagione delle pioggie e il ritmo della natura da spazio alla nuova vita. Tutte le mamme, umane e non, allattano i propri cuccioli.
Lasciamo la pianura, per salire ancora una volta le montagne, per l'ennesima deviazione, questa volta sulla R8 che ci porta a Na Hin ad 80 km ca. dal Vietnam. La strada e' spettacolare, sembra di entrare in un quadro di Turner, non tanto per il soggetto rappresentato, quanto per la relazione tra essere umano e natura, in cui il primo ridiviene parte di quella natura della quale fa parte di per se', ma dalla quale e' tanto spesso alieno. Qui e' lei a farla da padrone e ci sente ominidi insignificanti.
Raggiunto il punto piu' alto, uno spledido belvedere ci consente di riposare ammirando la vallata e i pinnacoli di roccia calcarea che, affilatissimi e dalle forme piu' strane, somigliano a dei gargoyles. Il paese di Na Hin ci serve come base per andare alla scoperta della famosa grotta di Kong Lor. La strada per raggiungerla attraversa una vallata coltivata circondata da una catena montuosa posta ad anfiteatro. Il posto e' di quelli che meritano il viaggio, un luogo raro al mondo dove su una piroga si attraversa un fiume sotterraneo per 7 km sotto un'enorme galleria naturale, tra stalagmiti e stalattiti, che raggiunge in alcuni punti i 100 metri di larghezza. Occorre guadare a piedi nei punti dove piccole rapide impediscono alla piroga di andare contro corrrente. Dall'altra parte, un'ansa del fiume crea un piccolo lago verde in mezzo alla fitta vegetazione.
Purtroppo, condiviamo quest'esperienza unica con un inglese reduce da Vang Vieng, con tanto di abrasioni e occhio pesto per essersi tuffato ubriaco nel fiume. Parla in maniera sconclusionata e sembra soto l'effetto di qualche sostanza. Gaia che non tollera i trentenni adolescenti, alla sua domanda se ci siano animali pericolosi li dentro (precisa: coccodrilli, squali...) risponde: "Si, tu!". Ale fa il bagno nel tratto di fiume antistante l'ingresso della grotta. Veniamo anche invitati a bere da una comitiva di laotiani di ritorno dal lavoro nei campi.
Il mattino successivo, la tappa termina alle 7.35, quando ad Ale nel tentativo di sistemare il sellino rotto resta in mano la vite di accciaio di 5 mm di diametro che fissa la sella al tubo.
Decidiamo percio' di prendere un sawngthaew (una sorta di Ape Piaggio formato gigante con due panche, per il trasporto di persone e cose per tratti medio-brevi) alla volta di Thakhek. Ale, infatti, non puo' far altro che stare in piedi sui pedali, come i veri grimpeurs...
Qui troviamo una vite e un sellino semi usato e leggermente meglio di quelli da Graziella che ci sono in giro. Cosi' possiamo continuare a pedalare, Ale con un po' piu' di problemi al fondoschiena!
Del viaggio in sawngthaew diremo che: c'e' posto per tutto e tutti, o quasi; vengono imbarcate, oltre alle nostre bici, vari tipi di derrate, dal riso al carbone; alcuni viaggiano attaccati fuori, altri masticano noci di betel, sputando poi la saliva rossa in un sacchetto trasparente, proprio davanti a noi. Questo, come le bottiglie di plastica, viene poi lanciato fuori dal mezzo, come gia' a Sumatra. Ci si libera la vescica, quando ci sono fermate con passeggeri lenti. Viene rifiutata una malata causa mancanza di posto adeguato. Due masochiste/contorsioniste fanno il viaggio nell'esiguo spazio dietro il posto guida, con le gambe in bocca.
Sabadi'!
In questa zona, il centro del Laos, per qualunque genere di consumo, l'economia sembra dipendere dall'importazione dalla Thailandia. Grandi camion attraversano il Laos, si dirigono in Cina o in Vietnam e viceversa, trasportando e scaricando lungo la strada ogni genere di prodotto. Degli yogurt, delle marmellate e del caffe' equosolidale laotiano trovati a L.P. e Vientiane non c'e' piu' traccia. Le strade peggiorano notevolmente e ricordano a tratti grattugie. Nella zona di Thakhek, seguiamo la R12 che si snoda tra le falesie, come la R8, per deviare poi su un lungo sterrato che ci conduce alla grotta Tham Pha Ba (anche se sui cartelli stradali il nome sembra essere scritto in alfabeto farfallino...), recentemente scoperta da un cacciatore di pipistrelli e contenente 229 statuette di bronzo del Buddha di tutte le dimensioni dei primi secoli d.C. Passiamo vicino a varie pozze dove fare il bagno, ma in una di queste sguazzano tre serpentelli, facendoci cambiare idea.
La citta' e' disseminata dalle vestigia coloniali della dominazione francese, alcune in rovina, altre ben ristrutturate. Una di queste e' uno splendido hotel-resto' dove non dormiamo, ma Ale mangia il calamaro gigante del Mekong e Gaia un curry giallo (qui sono anche rossi e verdi) a base di cocco e, finalmente, la mitica insalata di papaya verde, che non osiamo mangiare dai venditori di strada in quanto cruda. Buonissimi!
Nella tappa sucessiva, copriamo i facili 132 km che ci separano da Savannakhet, pianura a grattugia, a parte il tratto finale super liscio, dove raggiungiamo velocita' insperate superando piu' volte (a piu' di 40 km/h) i nostri amati trattorini a trasmissione lunga, i dok dok.
Lungo la strada, faciamo sosta da un venditore di pomeli, la cui attivita' principale e pero' quella di saldatore/pulitore di argento, che non disdegna nemmeno i piccoli lavori di sartoria e che ci parla in inglese: altro che i nostri manager multitasking!
Savannakhet ci delude un po', ma anche qui ci sono splendidi edifici ex coloniali, case cinesi tipo shophouse e qualche edificio art deco'. Ci appare un po' spenta e spettrale e la sera ci sono pochissime luci e fatichiamo a trovare un ristorante aperto. Ma una zuppa qui non te la nega nessuno: molte case si aprono sulla via e vendono le semplici zuppe che caratterizzano la cucina laotiana. Il mercato centrale pullula invece di vita e di prodotti, sempre pero' thai (qui c'e il secondo Ponte dell'Amicizia...). Nonostante la citta' non invogli a restare, la gola di Ale infiammata a causa della "gita" in Ape Piaggio, ci obbliga a sostare piu' di quanto vogliamo a sopportare il raffredorone del Tuffy.
Nelle vicinanze c'e' l'antico stupa That Inhang, un'interessante commistione indo-buddhista di stile khmer-laotiano, in un piacevole contesto bucolico.
Struttura e sovrastruttura
Un ultimo omaggio va fatto alle donne di qui, ma soprattutto a quelle del mercato di L.P. che, instancabili, preparano e spreparano le bancarelle, piegano e ripiegano tutti i prodotti, attendono pazientemente i clienti che non arrivano, a volte, mai per poche ore, nel frattempo allattando piccoli o preparando altri manufatti da vendere; donne che a volte sono piccole donne che, anziche' giocare a fare come se io ero la commessa, la venditrice la fanno davvero anche se hanno 8/9 anni, magari col fratellino sulla schiena; quelle stesse bimbe che gia' in montagna portano gerle colme di legna sulle spalle, ma che lo stesso hanno la voglia di sorridere e salutare i falang in bicicletta urlando il loro: "Sabadi!". Donne anziane che ne hanno viste tante, anche loro costrette a continuare a lavorare anziche' godersi il meritato riposo della vecchiaia, costrette a stare in un mercato a vendere prodotti senza nemmeno saper dire quanto costano in una lingua che non e' la loro, ma quella del commercio che le dovrebbe sostentare. Vecchine che gli compreresti tutto, per i bei visi che hanno, vecchine anche loro, spesso, con i nuovi nati sulle spalle...
Da qualche tempo a questa parte, quando la fatica si fa sentire di piu', Gaia ha un sogno ad occhi aperti che coniuga il desiderio di un letto comodo a quello di un riposo prolungato: il sogno e' quello, molto borghese e contingente, di poter proseguire il viaggio, novella Ali' Baba', su di un ... materasso volante. Un mezzo ad impatto zero e che al contempo consenta una visione a volo d'uccello, lenta e il piu' naturale possibile... Gaia si immagina sdraiata su un fianco come il Buddha, con una mano a sostenere il capo e lo sguardo un po' ebete. Sara' forse che l'eta' avanza e che ha avvistato su una tempia il primo (di cui lei sia a conoscenza) capello bianco?
Ale, che di capelli bianchi ne ha tanti e da tanto tempo, da qualche tempo fa i sogni (veri!) a macchie. Lasciando stare quelle famose di Rorschach, i soggetti dei sogni piu' che la forma reale ne conservano la sagoma e i colori... eppure non stiamo assumendo nessun farmaco!
Domani da qui dovremo poter partire per tentare di raggiungere il sud del Laos e il nuovo obiettivo-chimera: i mitici delfini dell'Irrawedi...
Immaginateci, ora, voltare le spalle al nord, allo splendore di L. P. e delle sue montagne. Immaginateci lasciare Vientiane in bici e prendere la R13. Immaginate di pedalare lungo il Mekong. Immaginate mr. Tuffy pedalare senza sellino!
Incidenti
Appuriamo in questi mesi di sud est asiatico che i galli sono stupidi quanto le galline, anche se solo queste sono il termine di paragone per il detto. I galli, infatti, ne' piu' ne' meno delle galline e di vario pollame, si tuffano tra i raggi di bici e moto e sotto le ruote delle auto invece che scappare o semplicemente stare fermi dove sono. E lo fanno cosi', inaspettatamente.
La strada tra L.P. e la capitale, a ritroso, non e' faticosa (in bus), ma solo lunga e pericolosa. Partiamo alle 7 e arriviamo alle 18. All'alba, uscendo con le nostre bici dall'hotel, vediamo decine di monaci in fila per la questua rituale. Uno spettacolo che attrae numerosi turisti da tutto il mondo. Dopo le prime salite, vediamo un camion precipitato da un tornante piu' sopra e volato, letteralmente, su un motorino, speriamo vuoto; il camion cisterna, e' completamente appiattito e deformato per l'impatto.
L'umore di tutti i passeggeri migliora solo grazie a una "squadra di prevenzione" che sale poco dopo per reclamizzare l'uso dei preservativi, con battute e canti. I passeggeri gradiscono, ridendo e tenendo il ritmo con le mani. Il team leader e' un anziano signore molto grintoso. Peccato non capire. La marca e' la Number 1, un preservativo distribuito da una ONG e dunque senza scopo di lucro. Meglio che cercare di rifilare padelle...
Poco dopo che il gruppo e' sceso, lasciando uno strascico di risate, un pick up lanciato a tutta velocita' su per la salita, in curva, perde aderenza e ci viene a sbattere contro, proprio a meta' del bus. Tanto spavento, pick up distrutto, ma nessun ferito. Aspetteremo pero' due ore, in curva, con il solito ramo a segnalare la presenza di veicoli fermi, che arrivino due poliziotti, in motorino, a prendere le misure e a stendere il verbale. Durante l'attesa, come tutti gli altri passeggeri, anche Ale sale e scende piu' volte dal bus e regolarmente va a sbattere contro lo specchietto retrovisore. La sera si contano quattro bernoccoli di cui uno con sangue: che gallo, Ale!
Arriviamo a Vientiane al tramonto e raggiungiamo l'hotel al buio.
Capperi!
Vi avvisiamo: in questo paragrafo parleremo di capperi di altre cose di cui forse non vorreste sentir parlare.
La capitale e' meglio di come ci era sembrata, ha molto da offrire, senza essere troppo caotica e vi si trovano prodotti (yogurt e marmellate favolose) introvabili nel resto del Laos grazie ai progetti del comercio equo-solidale. Un progetto e' in cantiere per rifare finalmente il lungo fiume, mentre fervono altrove i preparativi per abbellire la citta' in vista degli imminenti giochi del sud est asiatico (SEA games).
Noi come moltissimi altri, ci ritroviamo in coda al consolato thai per riottenere un nuovo visto. Siamo il numero 419 quando lo sportello segnala il numero 60: tiriamo fuori i dadi! L'attesa e ' meno lunga di quanto temessimo, ma il giorno dopo aspetteremo ancora per ritirare i passaporti vistati.
Anche da qui, decidiamo di spedire un pacco a casa. Gaia entra percio' nell'enorme edificio delle poste centrali dove viene accolta da uno selva di impiegati. Il posto e' un misto tra i nostri uffici statali negli anni '70, quelli francesi e i sovietici. Soprattutto, c'e' del sud est asiatico: un'impiegata allo sportello, gomito appoggiato al bancone, tiene fisso l'indice destro nella narice destra, a ravanare. Gaia la fissa affascinata, ma lei non recede dalla ricerca! Avere le informazioni e' un po' come essere nella casa della burocrazia de "Le 7 fatiche di Asterix". Qui non esistono i fazzoletti e per strada tutti sembrano dei calciatori durante la partita...
A proposito di frutti del nostro corpo (come canta Elio)... ammettiamolo: il ciclo mestruale ci fa compagnia, quando non da' troppi problemi, ci ricorda che il corpo ha un ritmo che e' quello della natura e che come tale va rispettato. Pero', capperi (!), Gaia sperava di essersi liberata degli assorbenti degli ani '80 che solo nella pubblicita' ti consentivano di volare e lanciarti dall'aereo, ma che in realta' ti andavano in mezzo alle chiappe e si staccavano costantemente dagli slip: beh, qui quei maledetti ci sono ancora. Qui, i bimbi non usano quasi i pannolini e le donne possono acquistarli in confezioni da 4 (?!?), che li fanno sembrare dei prodotti di lusso, ma che in realta' contengono dei superati assorbenti degli anni '80...
SEA 2009
Lasciamo Vieng Chan, imboccando l'avenue des baguettes ovvero uno stuolo di venditori di strada che occupano i primi km di R13 per vendere il mitico pane francese. In centro fatichi a trovarle e costano il doppio. Perche' siano tutti qui, e' per noi un mistero... la R13 riserva pero' altre sorprese: e' infatti per lunghisimi tratti in fase di rifacimento (in previsione dei giochi) cosi' ci toccano polvere, pietre, sterrato e buche. Quando finalmente usciamo dall'incubo, uno strano rumore accompagna la pedalata di Gaia; pensiamo si tratti del cappello di paglia che ha trovato per terra e che siccomee'ildestinochel'hamessosullasua strada, Gaia raccoglie e attacca alle borse. Invece bang! esplode il copertone. Giusto il giorno prima Ale si era rifiutato di acquistarne uno nuovo, profetizzando che avrebbe retto per altri 500 km...che gallo, Ale! Ne abbiamo pero' di scorta.
Sulla strada visitiamo il wat Phabat Phansane con uno stupa decorato con tantisimi animali, davvero originale e nel wat la sacra improntona (piu' di un metro) del Buddha! Se Ale fatica a trovare il suo 44... capiamo perche' Lui andasse a piedi nudi!
A pranzo, ci tocca una delle zuppe piu' stomachevoli di questo lungo viaggio; nonostante, come al solito, chiediamo una zuppa senza muu (maiale), onnipresente, ci arriva uno zuppone coperto di frataglie che fanno inorridire pure mr Tuffy, mentre Gaia rispedisce la sua al mittente chiedendo di asportare il materiale organico. Ale mangia a testa bassa, scartando pero' la busecca... il colore della zuppa e' rosso sangue di bue. Al mercato vicino vediamo prendere le tartarughe vive con le pinze e metterle in un pentolone...
Gaia ribattezza tutto cio' che abbia forma vagamente sferica, dal contenuto poco chiaro e che occhieggia da una bancarella o dal piatto di Tuffy: "palla di pelo del Mekong".
Dormiamo a Thabok e quindi a Paksane, dove il mercato e' pieno di prodotti thai e c'e' un internet point (l'unico) in un garage su palafitta, scricchiolante, traballante, polveroso e pieno di ragnatele; il software e' cinese e i pc miracolosamente funzionano.
Da Paksane raggiungiamo Namthone, un paese un po' "pulcioso", cosi' come la guesthouse dove dormiamo, sebbene di pulci, fortunatamente, non ce ne siano.
La strada e' monotona fino alla confluenza del Nam Kading con il Mekong. Il punto e' meraviglioso, sia per il paesaggio a monte che per lo strano contrasto tra le acque limacciose del Mekong e quelle limpide del Kading. L'effetto ottico e' quello di un fiume che sbatte sulla spiaggia. Qui la strada segue il Kading per qualche km e la zona protetta che lo circonda dove c'e' infatti anche la sede della World Conservation Society. Una meraviglia. Questa zona e' quella dove c'e' la maggior concentrazione di animali selvatici anche in via di estinzione del sud est asiatico. A differenza delle montagne del nord, dove c'e' un silenzio assordante causato dalla fame che ha fatto si' che tutti gli animali, anche i piu' rari, finissero nelle pentole dei poveri paesani, qui ancora se ne possono trovare, mentre gli uccelli volano nel cielo senza timore di essere abbattuti: non ci sentiamo piu' soli (la mattina dopo Gaia ritrovera' dopo tanto tempo una ranocchietta nella sua scarpa!). Le farfalle, invece, sono una costante, sono l'unico essere che evidentemente e' stato risparmiato dai morsi della fame e ne siamo sempre circondati dal nostro ingresso in Laos. Sono di tutte le forme, dimensioni e colori, come i pappagallini in Australia. Un mondo in cui ci sono farfalle, pappagalli e il canto del kukaburra e' un mondo in cui certamente si sta meglio.
In mezzo a questa natura ancora non distrutta dalle dighe (c'e' di mezzo anche l'italiana CMC di Ravenna) in progetto qui in Laos, il sellino di Ale si rompe. Viene riparato come possibile, giusto per non fare la fine del ragionier Fantozzi...
E' un tripudio di nascite, adesso, il Laos: bufalini, caprettini, vitellini, gattini, cagnolini, esserini umani. E' finita la stagione delle pioggie e il ritmo della natura da spazio alla nuova vita. Tutte le mamme, umane e non, allattano i propri cuccioli.
Lasciamo la pianura, per salire ancora una volta le montagne, per l'ennesima deviazione, questa volta sulla R8 che ci porta a Na Hin ad 80 km ca. dal Vietnam. La strada e' spettacolare, sembra di entrare in un quadro di Turner, non tanto per il soggetto rappresentato, quanto per la relazione tra essere umano e natura, in cui il primo ridiviene parte di quella natura della quale fa parte di per se', ma dalla quale e' tanto spesso alieno. Qui e' lei a farla da padrone e ci sente ominidi insignificanti.
Raggiunto il punto piu' alto, uno spledido belvedere ci consente di riposare ammirando la vallata e i pinnacoli di roccia calcarea che, affilatissimi e dalle forme piu' strane, somigliano a dei gargoyles. Il paese di Na Hin ci serve come base per andare alla scoperta della famosa grotta di Kong Lor. La strada per raggiungerla attraversa una vallata coltivata circondata da una catena montuosa posta ad anfiteatro. Il posto e' di quelli che meritano il viaggio, un luogo raro al mondo dove su una piroga si attraversa un fiume sotterraneo per 7 km sotto un'enorme galleria naturale, tra stalagmiti e stalattiti, che raggiunge in alcuni punti i 100 metri di larghezza. Occorre guadare a piedi nei punti dove piccole rapide impediscono alla piroga di andare contro corrrente. Dall'altra parte, un'ansa del fiume crea un piccolo lago verde in mezzo alla fitta vegetazione.
Purtroppo, condiviamo quest'esperienza unica con un inglese reduce da Vang Vieng, con tanto di abrasioni e occhio pesto per essersi tuffato ubriaco nel fiume. Parla in maniera sconclusionata e sembra soto l'effetto di qualche sostanza. Gaia che non tollera i trentenni adolescenti, alla sua domanda se ci siano animali pericolosi li dentro (precisa: coccodrilli, squali...) risponde: "Si, tu!". Ale fa il bagno nel tratto di fiume antistante l'ingresso della grotta. Veniamo anche invitati a bere da una comitiva di laotiani di ritorno dal lavoro nei campi.
Il mattino successivo, la tappa termina alle 7.35, quando ad Ale nel tentativo di sistemare il sellino rotto resta in mano la vite di accciaio di 5 mm di diametro che fissa la sella al tubo.
Decidiamo percio' di prendere un sawngthaew (una sorta di Ape Piaggio formato gigante con due panche, per il trasporto di persone e cose per tratti medio-brevi) alla volta di Thakhek. Ale, infatti, non puo' far altro che stare in piedi sui pedali, come i veri grimpeurs...
Qui troviamo una vite e un sellino semi usato e leggermente meglio di quelli da Graziella che ci sono in giro. Cosi' possiamo continuare a pedalare, Ale con un po' piu' di problemi al fondoschiena!
Del viaggio in sawngthaew diremo che: c'e' posto per tutto e tutti, o quasi; vengono imbarcate, oltre alle nostre bici, vari tipi di derrate, dal riso al carbone; alcuni viaggiano attaccati fuori, altri masticano noci di betel, sputando poi la saliva rossa in un sacchetto trasparente, proprio davanti a noi. Questo, come le bottiglie di plastica, viene poi lanciato fuori dal mezzo, come gia' a Sumatra. Ci si libera la vescica, quando ci sono fermate con passeggeri lenti. Viene rifiutata una malata causa mancanza di posto adeguato. Due masochiste/contorsioniste fanno il viaggio nell'esiguo spazio dietro il posto guida, con le gambe in bocca.
Sabadi'!
In questa zona, il centro del Laos, per qualunque genere di consumo, l'economia sembra dipendere dall'importazione dalla Thailandia. Grandi camion attraversano il Laos, si dirigono in Cina o in Vietnam e viceversa, trasportando e scaricando lungo la strada ogni genere di prodotto. Degli yogurt, delle marmellate e del caffe' equosolidale laotiano trovati a L.P. e Vientiane non c'e' piu' traccia. Le strade peggiorano notevolmente e ricordano a tratti grattugie. Nella zona di Thakhek, seguiamo la R12 che si snoda tra le falesie, come la R8, per deviare poi su un lungo sterrato che ci conduce alla grotta Tham Pha Ba (anche se sui cartelli stradali il nome sembra essere scritto in alfabeto farfallino...), recentemente scoperta da un cacciatore di pipistrelli e contenente 229 statuette di bronzo del Buddha di tutte le dimensioni dei primi secoli d.C. Passiamo vicino a varie pozze dove fare il bagno, ma in una di queste sguazzano tre serpentelli, facendoci cambiare idea.
La citta' e' disseminata dalle vestigia coloniali della dominazione francese, alcune in rovina, altre ben ristrutturate. Una di queste e' uno splendido hotel-resto' dove non dormiamo, ma Ale mangia il calamaro gigante del Mekong e Gaia un curry giallo (qui sono anche rossi e verdi) a base di cocco e, finalmente, la mitica insalata di papaya verde, che non osiamo mangiare dai venditori di strada in quanto cruda. Buonissimi!
Nella tappa sucessiva, copriamo i facili 132 km che ci separano da Savannakhet, pianura a grattugia, a parte il tratto finale super liscio, dove raggiungiamo velocita' insperate superando piu' volte (a piu' di 40 km/h) i nostri amati trattorini a trasmissione lunga, i dok dok.
Lungo la strada, faciamo sosta da un venditore di pomeli, la cui attivita' principale e pero' quella di saldatore/pulitore di argento, che non disdegna nemmeno i piccoli lavori di sartoria e che ci parla in inglese: altro che i nostri manager multitasking!
Savannakhet ci delude un po', ma anche qui ci sono splendidi edifici ex coloniali, case cinesi tipo shophouse e qualche edificio art deco'. Ci appare un po' spenta e spettrale e la sera ci sono pochissime luci e fatichiamo a trovare un ristorante aperto. Ma una zuppa qui non te la nega nessuno: molte case si aprono sulla via e vendono le semplici zuppe che caratterizzano la cucina laotiana. Il mercato centrale pullula invece di vita e di prodotti, sempre pero' thai (qui c'e il secondo Ponte dell'Amicizia...). Nonostante la citta' non invogli a restare, la gola di Ale infiammata a causa della "gita" in Ape Piaggio, ci obbliga a sostare piu' di quanto vogliamo a sopportare il raffredorone del Tuffy.
Nelle vicinanze c'e' l'antico stupa That Inhang, un'interessante commistione indo-buddhista di stile khmer-laotiano, in un piacevole contesto bucolico.
Struttura e sovrastruttura
Un ultimo omaggio va fatto alle donne di qui, ma soprattutto a quelle del mercato di L.P. che, instancabili, preparano e spreparano le bancarelle, piegano e ripiegano tutti i prodotti, attendono pazientemente i clienti che non arrivano, a volte, mai per poche ore, nel frattempo allattando piccoli o preparando altri manufatti da vendere; donne che a volte sono piccole donne che, anziche' giocare a fare come se io ero la commessa, la venditrice la fanno davvero anche se hanno 8/9 anni, magari col fratellino sulla schiena; quelle stesse bimbe che gia' in montagna portano gerle colme di legna sulle spalle, ma che lo stesso hanno la voglia di sorridere e salutare i falang in bicicletta urlando il loro: "Sabadi!". Donne anziane che ne hanno viste tante, anche loro costrette a continuare a lavorare anziche' godersi il meritato riposo della vecchiaia, costrette a stare in un mercato a vendere prodotti senza nemmeno saper dire quanto costano in una lingua che non e' la loro, ma quella del commercio che le dovrebbe sostentare. Vecchine che gli compreresti tutto, per i bei visi che hanno, vecchine anche loro, spesso, con i nuovi nati sulle spalle...
Da qualche tempo a questa parte, quando la fatica si fa sentire di piu', Gaia ha un sogno ad occhi aperti che coniuga il desiderio di un letto comodo a quello di un riposo prolungato: il sogno e' quello, molto borghese e contingente, di poter proseguire il viaggio, novella Ali' Baba', su di un ... materasso volante. Un mezzo ad impatto zero e che al contempo consenta una visione a volo d'uccello, lenta e il piu' naturale possibile... Gaia si immagina sdraiata su un fianco come il Buddha, con una mano a sostenere il capo e lo sguardo un po' ebete. Sara' forse che l'eta' avanza e che ha avvistato su una tempia il primo (di cui lei sia a conoscenza) capello bianco?
Ale, che di capelli bianchi ne ha tanti e da tanto tempo, da qualche tempo fa i sogni (veri!) a macchie. Lasciando stare quelle famose di Rorschach, i soggetti dei sogni piu' che la forma reale ne conservano la sagoma e i colori... eppure non stiamo assumendo nessun farmaco!
Domani da qui dovremo poter partire per tentare di raggiungere il sud del Laos e il nuovo obiettivo-chimera: i mitici delfini dell'Irrawedi...
sabato 17 ottobre 2009
La Cina e' vicina
Dopo un po' di riposo e il massaggio thai a Nong Khai, siamo entrati in territorio laotiano.
A Vientiane abbiamo steso un mini itinerario. Ale voleva andare a sud, cosi' come previsto da mesi; Gaia non voleva perdersi Luang Prabang a nord. Ale ha proposto una separazione momentanea, Gaia una mediazione: tutti a Luang Prabang!
E cosi' eccoci a Luang Prabang, a un giorno di viaggio con mezzo motorizzato dal confine cinese, tre giorni in bici. La tentazione e' forte, Ale vagheggia Pechino, la Transiberiana... ma quello e' un'altro viaggio.
Diremo solo che questa deviazione di circa 400 km ci e' costata "lacrime e sudore" ma, come spesso ci e' capitato, ne valeva la pena!
Cementiamo l'amicizia
L'ultimo incomprensibile scambio di battute in terra Thai e' avvenuto nel parcheggio di un supermercato: i soliti locals si avvicinano attratti dalle nostre bici, una signora si siede sul portapacchi di Ale mentre sta per partire e ride sotto lo sguardo incredulo dello stesso. La bici si imbizzarrisce sotto il peso della signora e la comitiva ride. A questo punto un signore del gruppo tocca la gomma ed esclama rivolgendosi ad Ale: "Lek, lek?!?" Tutti si fanno una grassa risata.
La strada che porta al Ponte dell'Amicizia che unisce la Thailandia al Laos e' breve e anche le formalita' doganali: in un attimo abbiamo visto e via libera per poter passare il ponte sul Mekong con e sulle nostre bici, nonostante il divieto segnalato da un cartello. E' emozionante, sia per la valenza simbolica, sia per la vista e il paesaggio che si godono dal ponte: vorremmo fermarci ma non osiamo tanto.
I due stati hanno deciso di sancire la fine delle tensioni da guerra fredda, costruendo tre ponti (dell'amicizia, appunto) sul Mekong che ora li uniscono.
Arrivare a Vientiane e' semplice, anche se non vediamo mai nessuna segnalazione per la capitale. All'ingresso, fermi ad un semaforo, siamo approcciatri da un emigrato in Michigan, anche lui cicloturista, che ci propone di andare insieme a Luang Prabang. Siamo un po' disorientati e non abbiamo ancora in mente la nostra agenda; dopo averci fotografato ripetutamente, ci lascia il suo numero locale di cellulare. Non riusciremo a ricontattarlo.
La citta' e' cosmopolita, ma ci appare piu' piccola di quanto forse non sia. Notiamo una forte presenza di turisti ed internazionali impegnati in vari tipi di missione.
Decidiamo di ripartire subito e di esplorarala al nostro ritorno dal nord.
Verso nord
Velocemente, arriviamo a Phon Hong, la prima tappa in direzione L.P. Pur nella sua brevita', abbiamo il tempo di notare alcuni netti cambiamenti. Come direbbe Lapalisse, il Laos non e' la Thailandia.
Ritorniamo, dopo 9 mesi, alla guida a destra, Ale e ' frastornato e piu' volte imbocca la via dalla parte sbagliata, il cervellino semplice di Gaia apprezza immeditamente.
Passiamo da una lingua tonale a 4 toni (in cui la stessa parola, a seconda del tono utilizzato, assume 4 significati diversi!), ad una tonale a 6 toni! Nonostante questo, la comunicazione con i laotiani ci pare da subito piu' facile. Anche i cartelli sono molto di piu' in alfabeto latino a causa della colonizzazione francese che ha lasciato nei piu' vecchi anche la lingua, mentre i piu' giovani o quelli che non avevano imparato il francese, parlano la lingua dei nuovi coloni: l'inglese dei turisti. Da farang che eravamo in Thailandia (straniero bianco), diventiamo falang.
La raccolta della pattumiera, anche lei, somiglia piu' a quella indonesiana che a quella del vicino.
I cani, come per incanto, da cattivissimi e abbaianti, diventano buoni: fin'ora nessun cane ci ha abbaiato mai!! Quelli che vediamo sono poi molto ben tenuti, nonostante il livello della vita sia piu' basso. Fanno la loro ricomparsa i gatti coda mozza lasciati in Malesia e visti raramente gia' a partire dal sud della Thailandia.
Scompaiono quasi completamente i distributori di benzina che punteggiano le strade thai e anche l'asfalto cambia notevolmente di qualita', cosiccome il traffico diminuisce.
Non ci sono cartelli stradaIi, al loro posto solo pietre miliari consunte indicano, a turno, ora una destinazione, ora un'altra, probabilmente per "ottimizzare".
Il cibo di strada praticamente scompare, per non parlare dei dolci, in strada e non solo: si prospetta dieta ferrea e assenza di dolcezza... La prima sera, al posto del nostro solito dolce, siamo costretti a ripiegare su dei crackers all'alga.
Mentre ceniamo, a Phon Hong possiamo vedere come e' lecito lavare qui i bimbi piccoli: catinone a bordo strada, si spogliano nudi, li si fa sedere nel catinone di metallo e con la canna (acqua, ovviamente fredda) li si innaffia. Poi uno dei due bimbi, viene sollevato dal catinone e posto in un vaso per fiori di loto usato come lavandino e risciacquato sotto un rubinetto. I bimbi paiono, comunque gradire.
Vang Vieng
Il giorno dopo, raggiungiamo la cittadina di Vang Vieng, dove passiamo due notti anche per onorare la bellezza del luogo e della stanza dove soggioniamo, dopo i tanti posti senza interesse dove spesso dobbiamo pernottare. Anche questa e' una citta' sul fiume, posta al centro di un insieme di colline meravigliose con caverne e falesie. Anche qui, come altrove, veniamo salutati lungo la strada, ma quasi solo dai bambini; gli adulti ci sembrano un po' spenti, forse dalla "dittatura dolce", forse dalla guerra sporca statunitense, forse da entrambe le cose.
Lungo il tragitto, attraversiamo un paese interamente dedito al pesce secco, di fiume: bancarelle si susseguono senza fine, proponendo pesce secco in ogni forma. Noi, ci buttiamo sulla frutta, ma qui sembra essere solo stagione di pomelo e banane. Passiamo campi dove, a mano, contadini che sembrano usciti dalle foto degli opuscoli turistici, tagliano il riso davvero, con i loro cappelli di paglia a forma di cono e la falce. Lungo la strada ci sono anche tantissime bandiere laotiane e molte bandiere rosse con la falce e il martello, a ricordarci dove siamo.
Nonostante le numerose attrattive naturali, Vang Vieng e' purtroppo diventata soprattutto una sorta di divertimentificio, dove sui menu' di alcuni ristoranti compaiono numerose droghe e dove girano senza vergogna, come fossero in casa loro, numerosi occidentali (di entrambe i sessi) seminudi, alcuni con le sole mutande. Questi personaggi, che vagano sempre ubriachi per le vie, ci chiediamo cosa cerchino qui e che ricordi avranno del Laos. E' sempre per loro che vengono offerte attivita' ad alta adrenalina che spesso, sembra, si concludono con incidenti fatali. Il paese e' cosi' diviso tra un'area fuori dalle regole, dove si urla fino a notte tarda, e quella meravigliosamente tranquilla e piacevole degli altri turisti "normali".
La nostra gita ad una caverna (Tham Phou Kham), ci fa percorrere una strada sterrata dove, al posto dei taxi collettivi genere Apecar, il servizio e' svolto da trattorini con rimorchio tipo carro di legno con un lunghissimo albero di trasmissione (2 metri ca.), come le long tail boat thai.
Inizia la salita!
Pochi km dopo l'uscita da Vang Vieng, la strada si inerpica tra le falesie di pietra calcarea che sembrano castelli di sabbia modellati dai bimbi sul bagnasciuga. Sono ricoperte di foresta, con alberi anche giganteschi e le nubi che giocano ad appiattirsi nei fondovalle: il paesaggio e' fatato.
In questi primi giorni di Laos, incontriamo 4 coppie di cicloturisti, non tutti simpatici, ma tutti sembrano sfoggiare grande sicurezza lontano dalle montagne. Il primo giorno di montagne, le salite ci sembrano gia' dure. Le prime due coppie che incontriamo, provenienti da nord, non ci dicono pero' nulla di particolare riguardo il proseguo del percorso. La terza coppia, lui di Chicago, lei del Minnesota, accennano alle "few hills" che ci attendono in direzione L.P. Restano vaghi rispetto al loro itinerario futuro e passato.
Prima del nostro stop notturno, incontriamo una coppia di neozelandesi che ci raccontano di essere reduci da 8 giorni di infezione intestinale che li ha molto debilitati e di avere percio' deciso di prendere il bus per saltare le montagne che ci attendono. Lui mostra ad Ale una cartina con l'altimetria e le pendenze del successivo tratto di strada e iniziamo a renderci conto precisamente cio' che ci aspetta: ad esempio, i 900 metri di dislivello in 25 km. E questo sara' solo l'antipasto.
Per questo, decidiamo, avendo gia' percorso in salita piu' di 80 km, di fermarci proprio li' dove siamo, in una guesthouse-ristorante in mezzo ai bricchi. Questi ragazzi, sono gli unici che, pur avendo fatto la strada solo in bus, ci dicono che le salite sono terribili.
I due ragazzi ci raccontano poi di aver pedalato in Borneo, a Sumatra, di essere passati dalla costa est della Malesia al Laos. Forse, come i gatti dalla coda mozza, han trovato un modo per saltare la Thailandia! Siamo troppo stanchi tutti e 4 per andare avanti a parlare dei rispetivi itinerari e ci congediamo, rassicurandoli che la strada, ormai alle nostre spalle, per loro sara' in discesa.
Dormiamo in un piccolossimo bungalow, dove dobbiamo condividere il bagno con due ragni da competizione australiana; inoltre, due simpatici geki sul soffitto lasciano cadere le loro copiose deiezioni su di noi: la notte dormiamo solo grazie alla zanzariera che fa da protezione psicologica e non solo, usando il piumino a disposizione, vista la temperatura molto bassa.
Il giorno dopo, riprendiamo con una discesa di pochi km, prima della salita interminabile di 17 km che ci portera' intorno ai 2000 metri. Il paese che raggiungiamo e' lo snodo viario per il Vietnam, a destra, mentre noi proseguiamo a sinistra in direzione Cina. Lungo le pendici delle montagne, avvistiamo solo le poche persone che le abitano, attraversando i loro poverissimi villaggi.
Dopo esserci rifocillati con banane fritte, frittelle di mais, pomeli, una scatola di biscotti e l'ottimo caffe' laotiano, sapendo che non c'e' quasi nulla tra noi e la successiva fermata, Kiew Ka Cham, ripartiamo gia' provati. La strada prosegue solo o in salita o in discesa, gli oltre 250 km che separano Vang Vieng da L.P. prevedono non piu' di tre km di piano. Anche il paesaggio subisce mutazioni continue, dalle falesie passa alle montagne piu' massiccie, meno ricche di foresta, a cespugli stile macchia mediterranea, per ritornare poi ad essere piu' coltivato. La situazione di alcuni villaggi appare miserevole come quelle di certe zona di Sumatra, con case di bambu' e terra battuta intorno, gli abitanti costretti a lavarsi solo nei fiumi o alla fontana, quando c'e' grazie a qualche progetto di questa o quella ONG. Potremmo essere in un villaggio medioevale.
Ancora indonesiana, appare la situazione scolastica: bimbi che non vanno a scuola e bimbi che escono molto presto da scuola. Bimbi che lavorano. Le divise, pero', soprattutto quelle femminili, sono elegantissime: la gonna tradizionale e una camicia bianca.
Oltre al solito pollame, circola ben poco: mano a mano che ci si addentra nel cuore di questa zona, la poverta' cresce e spariscono anche i pochi animali domestici che usualmente accompagnano la vita contadina. Vediamo adulti senza incisivi, come in Madagascar, a causa della malnutrizione. Queste sono anche le zone una volta abitate dall'etnia Hmong che a causa del sostegno agli americani durante il conflitto in Vietnam, e' stata cacciata nei boschi e percio' costetta a sopravvivere come ai tempi dell'eta' della pietra. Ora si sono reinsediati nelle antiche aeree, ma la poverta e' notevole. Vediamo pero' donne ancora con gli antichi, bellissimi, costumi tradizonali.
Arriviamo a destinazione sfatti, dopo che, nell'ultima, ennesima, salita, sfrecciano in direzione opposta, tantissime scolare, probabilmente uscite dall'ultimo turno. Ci sorridono e salutano, velocissime, volando con le loro bici. Un'immagine che ci scalda il cuore e ci da energie sufficienti per arrivare in vetta, dove ci attende una guesthouse che e' una delle topaie piu' topaie mai incontrate nella nostra vita: solo in India, in un paio di occasioni, forse, abbiamo dormito in un posto cosi'!
Pochissime le macchine che incontriamo tra le montagne, qualche minivan nuovissimo trasporta turisti, qualche altro mezzo di trasporto piu' o meno omologato come "automezzo" trasporta locals, qualche camion diretto in Cina e ...nessun cicloturista!
Uno di questi nuovi van, da cui scende un gruppo di turisti thai per la pausa pomeridiana, si ferma proprio davanti a noi; increduli, i thai ci fotografano e riprendono e ci chiedono da dove abbiamo pedalato, commentando tra loro. Saremo sull'album virtuale delle vacanze laotiane di uno di loro.
Arrivo in discesa
La mattina dopo, sono 20 km di discesa, tra la nebbia fitta e il freddo-umido (che ci obbligano a fermarci ogni ca. 5 km per sgranchire le mani che devono frenare in continuazione), seguiti da 22 km di salita. Oltre al restante kilometraggio che ci aspetta per giungere, infine, a LP!
Appena scollinato, c'e' una sorta di baracca-caffe' con una vista meravigliosa sulla vallata incisa dal fiume Nam Khon, che entra nel Mekong prorpio a L.P.: giu', molto giu', c'e' il paese di Xieng Ngeun, dove ci fermiamo poi per pranzare con un'ottima zuppa, prima degli ultimi km, fortunatamene non impegnativi.
Dopo un'ultima salitina inaspettatamente ripida, ci sono gli ultimi 5 km di discesa facile che ci portano a destinazione.
Questi 400 km, tra Vientiane e Luang Prabang, ne valgono 1000 per la durezza della catena montuosa tra qui e Vang Vieng, ma siamo orgogliosi di averli pedalati! Tra le montagne, irte, da tappa pirenaica, non abbiamo incontrato nessun cicloturista e questo ci fa sospettare qualcosa...di certo, solo un giapponese, un giorno prima di noi, le ha pedalate in questi giorni.
Dato che non torniamo in Italia in sella alle bici (impiegheremmo troppo e i sensi di colpa e gli affetti essendo troppo forti), torneremo nella capitale in bus anche noi, per proseguire il nostro viagggio questa volta verso sud.
Ad eccezione della parentesi in alta quota, qui fa caldo, ma il cielo, a differenza di quello thai, e' sempre limpido perche' la stagione delle pioggie sembra essere passata.
Luang Prabang, citta' patrimonio mondiale UNESCO, e' una meraviglia, pure lei, un gioiello incastonato tra le montagne e posta alla confluenza di due fiumi, di cui uno, il Mekong, di per se' mitico.
I suoi templi sono caratteristici, ben conservati o appena restaurati, le case coloniali e tradizionali si susseguono, cosiccome le sue vie di pave' e sono in vendita le miriadi di oggetti dell'artigianato tradizionale delle mille etnie che abitano queste zone, in particolare sete e cotoni. Per noi mancherebbe solo una passeggiata lungo fiume, come a Melacca, ma stare qui 3 giorni e' stato davvero rilassante (le ginocchia, invece, urlano ancora vendetta!). La cascata visitata oggi (Tam Sae) compete per bellezza con quella vista a Kantchanaburi. Farsi il bagno e' rinfrescante e ripaga della fatica che si fa per raggiungere qualsiasi posto nei paraggi!
L'attesa per la sorte della coop continua...il Comune ha rimandato di una settimana la sua decisione.
A Vientiane abbiamo steso un mini itinerario. Ale voleva andare a sud, cosi' come previsto da mesi; Gaia non voleva perdersi Luang Prabang a nord. Ale ha proposto una separazione momentanea, Gaia una mediazione: tutti a Luang Prabang!
E cosi' eccoci a Luang Prabang, a un giorno di viaggio con mezzo motorizzato dal confine cinese, tre giorni in bici. La tentazione e' forte, Ale vagheggia Pechino, la Transiberiana... ma quello e' un'altro viaggio.
Diremo solo che questa deviazione di circa 400 km ci e' costata "lacrime e sudore" ma, come spesso ci e' capitato, ne valeva la pena!
Cementiamo l'amicizia
L'ultimo incomprensibile scambio di battute in terra Thai e' avvenuto nel parcheggio di un supermercato: i soliti locals si avvicinano attratti dalle nostre bici, una signora si siede sul portapacchi di Ale mentre sta per partire e ride sotto lo sguardo incredulo dello stesso. La bici si imbizzarrisce sotto il peso della signora e la comitiva ride. A questo punto un signore del gruppo tocca la gomma ed esclama rivolgendosi ad Ale: "Lek, lek?!?" Tutti si fanno una grassa risata.
La strada che porta al Ponte dell'Amicizia che unisce la Thailandia al Laos e' breve e anche le formalita' doganali: in un attimo abbiamo visto e via libera per poter passare il ponte sul Mekong con e sulle nostre bici, nonostante il divieto segnalato da un cartello. E' emozionante, sia per la valenza simbolica, sia per la vista e il paesaggio che si godono dal ponte: vorremmo fermarci ma non osiamo tanto.
I due stati hanno deciso di sancire la fine delle tensioni da guerra fredda, costruendo tre ponti (dell'amicizia, appunto) sul Mekong che ora li uniscono.
Arrivare a Vientiane e' semplice, anche se non vediamo mai nessuna segnalazione per la capitale. All'ingresso, fermi ad un semaforo, siamo approcciatri da un emigrato in Michigan, anche lui cicloturista, che ci propone di andare insieme a Luang Prabang. Siamo un po' disorientati e non abbiamo ancora in mente la nostra agenda; dopo averci fotografato ripetutamente, ci lascia il suo numero locale di cellulare. Non riusciremo a ricontattarlo.
La citta' e' cosmopolita, ma ci appare piu' piccola di quanto forse non sia. Notiamo una forte presenza di turisti ed internazionali impegnati in vari tipi di missione.
Decidiamo di ripartire subito e di esplorarala al nostro ritorno dal nord.
Verso nord
Velocemente, arriviamo a Phon Hong, la prima tappa in direzione L.P. Pur nella sua brevita', abbiamo il tempo di notare alcuni netti cambiamenti. Come direbbe Lapalisse, il Laos non e' la Thailandia.
Ritorniamo, dopo 9 mesi, alla guida a destra, Ale e ' frastornato e piu' volte imbocca la via dalla parte sbagliata, il cervellino semplice di Gaia apprezza immeditamente.
Passiamo da una lingua tonale a 4 toni (in cui la stessa parola, a seconda del tono utilizzato, assume 4 significati diversi!), ad una tonale a 6 toni! Nonostante questo, la comunicazione con i laotiani ci pare da subito piu' facile. Anche i cartelli sono molto di piu' in alfabeto latino a causa della colonizzazione francese che ha lasciato nei piu' vecchi anche la lingua, mentre i piu' giovani o quelli che non avevano imparato il francese, parlano la lingua dei nuovi coloni: l'inglese dei turisti. Da farang che eravamo in Thailandia (straniero bianco), diventiamo falang.
La raccolta della pattumiera, anche lei, somiglia piu' a quella indonesiana che a quella del vicino.
I cani, come per incanto, da cattivissimi e abbaianti, diventano buoni: fin'ora nessun cane ci ha abbaiato mai!! Quelli che vediamo sono poi molto ben tenuti, nonostante il livello della vita sia piu' basso. Fanno la loro ricomparsa i gatti coda mozza lasciati in Malesia e visti raramente gia' a partire dal sud della Thailandia.
Scompaiono quasi completamente i distributori di benzina che punteggiano le strade thai e anche l'asfalto cambia notevolmente di qualita', cosiccome il traffico diminuisce.
Non ci sono cartelli stradaIi, al loro posto solo pietre miliari consunte indicano, a turno, ora una destinazione, ora un'altra, probabilmente per "ottimizzare".
Il cibo di strada praticamente scompare, per non parlare dei dolci, in strada e non solo: si prospetta dieta ferrea e assenza di dolcezza... La prima sera, al posto del nostro solito dolce, siamo costretti a ripiegare su dei crackers all'alga.
Mentre ceniamo, a Phon Hong possiamo vedere come e' lecito lavare qui i bimbi piccoli: catinone a bordo strada, si spogliano nudi, li si fa sedere nel catinone di metallo e con la canna (acqua, ovviamente fredda) li si innaffia. Poi uno dei due bimbi, viene sollevato dal catinone e posto in un vaso per fiori di loto usato come lavandino e risciacquato sotto un rubinetto. I bimbi paiono, comunque gradire.
Vang Vieng
Il giorno dopo, raggiungiamo la cittadina di Vang Vieng, dove passiamo due notti anche per onorare la bellezza del luogo e della stanza dove soggioniamo, dopo i tanti posti senza interesse dove spesso dobbiamo pernottare. Anche questa e' una citta' sul fiume, posta al centro di un insieme di colline meravigliose con caverne e falesie. Anche qui, come altrove, veniamo salutati lungo la strada, ma quasi solo dai bambini; gli adulti ci sembrano un po' spenti, forse dalla "dittatura dolce", forse dalla guerra sporca statunitense, forse da entrambe le cose.
Lungo il tragitto, attraversiamo un paese interamente dedito al pesce secco, di fiume: bancarelle si susseguono senza fine, proponendo pesce secco in ogni forma. Noi, ci buttiamo sulla frutta, ma qui sembra essere solo stagione di pomelo e banane. Passiamo campi dove, a mano, contadini che sembrano usciti dalle foto degli opuscoli turistici, tagliano il riso davvero, con i loro cappelli di paglia a forma di cono e la falce. Lungo la strada ci sono anche tantissime bandiere laotiane e molte bandiere rosse con la falce e il martello, a ricordarci dove siamo.
Nonostante le numerose attrattive naturali, Vang Vieng e' purtroppo diventata soprattutto una sorta di divertimentificio, dove sui menu' di alcuni ristoranti compaiono numerose droghe e dove girano senza vergogna, come fossero in casa loro, numerosi occidentali (di entrambe i sessi) seminudi, alcuni con le sole mutande. Questi personaggi, che vagano sempre ubriachi per le vie, ci chiediamo cosa cerchino qui e che ricordi avranno del Laos. E' sempre per loro che vengono offerte attivita' ad alta adrenalina che spesso, sembra, si concludono con incidenti fatali. Il paese e' cosi' diviso tra un'area fuori dalle regole, dove si urla fino a notte tarda, e quella meravigliosamente tranquilla e piacevole degli altri turisti "normali".
La nostra gita ad una caverna (Tham Phou Kham), ci fa percorrere una strada sterrata dove, al posto dei taxi collettivi genere Apecar, il servizio e' svolto da trattorini con rimorchio tipo carro di legno con un lunghissimo albero di trasmissione (2 metri ca.), come le long tail boat thai.
Inizia la salita!
Pochi km dopo l'uscita da Vang Vieng, la strada si inerpica tra le falesie di pietra calcarea che sembrano castelli di sabbia modellati dai bimbi sul bagnasciuga. Sono ricoperte di foresta, con alberi anche giganteschi e le nubi che giocano ad appiattirsi nei fondovalle: il paesaggio e' fatato.
In questi primi giorni di Laos, incontriamo 4 coppie di cicloturisti, non tutti simpatici, ma tutti sembrano sfoggiare grande sicurezza lontano dalle montagne. Il primo giorno di montagne, le salite ci sembrano gia' dure. Le prime due coppie che incontriamo, provenienti da nord, non ci dicono pero' nulla di particolare riguardo il proseguo del percorso. La terza coppia, lui di Chicago, lei del Minnesota, accennano alle "few hills" che ci attendono in direzione L.P. Restano vaghi rispetto al loro itinerario futuro e passato.
Prima del nostro stop notturno, incontriamo una coppia di neozelandesi che ci raccontano di essere reduci da 8 giorni di infezione intestinale che li ha molto debilitati e di avere percio' deciso di prendere il bus per saltare le montagne che ci attendono. Lui mostra ad Ale una cartina con l'altimetria e le pendenze del successivo tratto di strada e iniziamo a renderci conto precisamente cio' che ci aspetta: ad esempio, i 900 metri di dislivello in 25 km. E questo sara' solo l'antipasto.
Per questo, decidiamo, avendo gia' percorso in salita piu' di 80 km, di fermarci proprio li' dove siamo, in una guesthouse-ristorante in mezzo ai bricchi. Questi ragazzi, sono gli unici che, pur avendo fatto la strada solo in bus, ci dicono che le salite sono terribili.
I due ragazzi ci raccontano poi di aver pedalato in Borneo, a Sumatra, di essere passati dalla costa est della Malesia al Laos. Forse, come i gatti dalla coda mozza, han trovato un modo per saltare la Thailandia! Siamo troppo stanchi tutti e 4 per andare avanti a parlare dei rispetivi itinerari e ci congediamo, rassicurandoli che la strada, ormai alle nostre spalle, per loro sara' in discesa.
Dormiamo in un piccolossimo bungalow, dove dobbiamo condividere il bagno con due ragni da competizione australiana; inoltre, due simpatici geki sul soffitto lasciano cadere le loro copiose deiezioni su di noi: la notte dormiamo solo grazie alla zanzariera che fa da protezione psicologica e non solo, usando il piumino a disposizione, vista la temperatura molto bassa.
Il giorno dopo, riprendiamo con una discesa di pochi km, prima della salita interminabile di 17 km che ci portera' intorno ai 2000 metri. Il paese che raggiungiamo e' lo snodo viario per il Vietnam, a destra, mentre noi proseguiamo a sinistra in direzione Cina. Lungo le pendici delle montagne, avvistiamo solo le poche persone che le abitano, attraversando i loro poverissimi villaggi.
Dopo esserci rifocillati con banane fritte, frittelle di mais, pomeli, una scatola di biscotti e l'ottimo caffe' laotiano, sapendo che non c'e' quasi nulla tra noi e la successiva fermata, Kiew Ka Cham, ripartiamo gia' provati. La strada prosegue solo o in salita o in discesa, gli oltre 250 km che separano Vang Vieng da L.P. prevedono non piu' di tre km di piano. Anche il paesaggio subisce mutazioni continue, dalle falesie passa alle montagne piu' massiccie, meno ricche di foresta, a cespugli stile macchia mediterranea, per ritornare poi ad essere piu' coltivato. La situazione di alcuni villaggi appare miserevole come quelle di certe zona di Sumatra, con case di bambu' e terra battuta intorno, gli abitanti costretti a lavarsi solo nei fiumi o alla fontana, quando c'e' grazie a qualche progetto di questa o quella ONG. Potremmo essere in un villaggio medioevale.
Ancora indonesiana, appare la situazione scolastica: bimbi che non vanno a scuola e bimbi che escono molto presto da scuola. Bimbi che lavorano. Le divise, pero', soprattutto quelle femminili, sono elegantissime: la gonna tradizionale e una camicia bianca.
Oltre al solito pollame, circola ben poco: mano a mano che ci si addentra nel cuore di questa zona, la poverta' cresce e spariscono anche i pochi animali domestici che usualmente accompagnano la vita contadina. Vediamo adulti senza incisivi, come in Madagascar, a causa della malnutrizione. Queste sono anche le zone una volta abitate dall'etnia Hmong che a causa del sostegno agli americani durante il conflitto in Vietnam, e' stata cacciata nei boschi e percio' costetta a sopravvivere come ai tempi dell'eta' della pietra. Ora si sono reinsediati nelle antiche aeree, ma la poverta e' notevole. Vediamo pero' donne ancora con gli antichi, bellissimi, costumi tradizonali.
Arriviamo a destinazione sfatti, dopo che, nell'ultima, ennesima, salita, sfrecciano in direzione opposta, tantissime scolare, probabilmente uscite dall'ultimo turno. Ci sorridono e salutano, velocissime, volando con le loro bici. Un'immagine che ci scalda il cuore e ci da energie sufficienti per arrivare in vetta, dove ci attende una guesthouse che e' una delle topaie piu' topaie mai incontrate nella nostra vita: solo in India, in un paio di occasioni, forse, abbiamo dormito in un posto cosi'!
Pochissime le macchine che incontriamo tra le montagne, qualche minivan nuovissimo trasporta turisti, qualche altro mezzo di trasporto piu' o meno omologato come "automezzo" trasporta locals, qualche camion diretto in Cina e ...nessun cicloturista!
Uno di questi nuovi van, da cui scende un gruppo di turisti thai per la pausa pomeridiana, si ferma proprio davanti a noi; increduli, i thai ci fotografano e riprendono e ci chiedono da dove abbiamo pedalato, commentando tra loro. Saremo sull'album virtuale delle vacanze laotiane di uno di loro.
Arrivo in discesa
La mattina dopo, sono 20 km di discesa, tra la nebbia fitta e il freddo-umido (che ci obbligano a fermarci ogni ca. 5 km per sgranchire le mani che devono frenare in continuazione), seguiti da 22 km di salita. Oltre al restante kilometraggio che ci aspetta per giungere, infine, a LP!
Appena scollinato, c'e' una sorta di baracca-caffe' con una vista meravigliosa sulla vallata incisa dal fiume Nam Khon, che entra nel Mekong prorpio a L.P.: giu', molto giu', c'e' il paese di Xieng Ngeun, dove ci fermiamo poi per pranzare con un'ottima zuppa, prima degli ultimi km, fortunatamene non impegnativi.
Dopo un'ultima salitina inaspettatamente ripida, ci sono gli ultimi 5 km di discesa facile che ci portano a destinazione.
Questi 400 km, tra Vientiane e Luang Prabang, ne valgono 1000 per la durezza della catena montuosa tra qui e Vang Vieng, ma siamo orgogliosi di averli pedalati! Tra le montagne, irte, da tappa pirenaica, non abbiamo incontrato nessun cicloturista e questo ci fa sospettare qualcosa...di certo, solo un giapponese, un giorno prima di noi, le ha pedalate in questi giorni.
Dato che non torniamo in Italia in sella alle bici (impiegheremmo troppo e i sensi di colpa e gli affetti essendo troppo forti), torneremo nella capitale in bus anche noi, per proseguire il nostro viagggio questa volta verso sud.
Ad eccezione della parentesi in alta quota, qui fa caldo, ma il cielo, a differenza di quello thai, e' sempre limpido perche' la stagione delle pioggie sembra essere passata.
Luang Prabang, citta' patrimonio mondiale UNESCO, e' una meraviglia, pure lei, un gioiello incastonato tra le montagne e posta alla confluenza di due fiumi, di cui uno, il Mekong, di per se' mitico.
I suoi templi sono caratteristici, ben conservati o appena restaurati, le case coloniali e tradizionali si susseguono, cosiccome le sue vie di pave' e sono in vendita le miriadi di oggetti dell'artigianato tradizionale delle mille etnie che abitano queste zone, in particolare sete e cotoni. Per noi mancherebbe solo una passeggiata lungo fiume, come a Melacca, ma stare qui 3 giorni e' stato davvero rilassante (le ginocchia, invece, urlano ancora vendetta!). La cascata visitata oggi (Tam Sae) compete per bellezza con quella vista a Kantchanaburi. Farsi il bagno e' rinfrescante e ripaga della fatica che si fa per raggiungere qualsiasi posto nei paraggi!
L'attesa per la sorte della coop continua...il Comune ha rimandato di una settimana la sua decisione.
mercoledì 7 ottobre 2009
E in mezzo scorre il fiume
Siamo finalmente giunti a Nong Khai, cittadina al confine con il Laos dove il confine e' il maestoso Mekong, un fiume il cui nome pensavamo di continuare solo a leggere sulle cartine e che invece e' qui, di fronte a noi. Da una parte la Thailandia, in mezzo il fiume, dall'altra parte, visibile dalla finestra della maggior parte delle pensioni, il Laos.
Arrivare e' stato davvero un'emozione. Proprio un posto carino dove riposare, Nong Khai...ed e' qui che, infatti, ci siamo finalmente concessi un rinomato massaggio thai!
Siamo in attesa di passare il famoso Ponte dell'amicizia, uno dei tre costruiti sul Mekong, che unisce i due stati. Ma l'attesa principale non e' questa: il 15 c.m. il Comune di Milano dara' la risposta alla cooperativa in merito a quali rapporti resteranno attivi nel prossimo futuro...
C'era una volta un re...
Non ne abbiamo parlato tanto, ma il re, forse questo in particolare (Rama IX), e' l'idolo nazionale. Le sue foto e quelle della sua reale consorte, sono ovunque. Molte sono foto di gioventu' che lo vedono impegnato, come tutti i bravi re, nelle piu' disparate attivita': agricoltura, industria, educazione, cultura. Questo re e' stato promotore di molte iniziative sociali e culturali. Molte altre foto riguardano la sua esperienza come monaco: come ogni buddista che si rispetti, anche lui ha fatto il suo periodo di noviziato. In quasi tutte le foto, il re ha pero' la faccia triste, raramente sorride, mentre la moglie sfoggia sempre bellissimi sorrisi thai. Nel periodo da monaco, le foto hanno addirittura un che di inquietante: il re, in saio color zafferano, indossa sempre degli occhiali scuri che lo fanno sembrare un militare golpista. Ma sono le foto piu' recenti, quelle di un re ormai vecchio, che fanno piu' pena: appare visibilmente sofferente, forse ha una qualche malattia degenerativa, fatto sta che il paragone con la moglie e' ancora piu' stridente. I figli raramente compaiono, ma sono bruttarelli, tipo sorellastre di Cenerentola (ovviamente sara' il maschio a succedergli). La sorella e' invece un'attivissima donna dal bel volto che tutte le volte che vediamo un tg fa qualcosa da qualche parte, occupandosi soprattutto di promozione della cultura e delle tradizioni thai.
La real foto, come gia' detto ubiqua, alla quale siamo piu' affezionati e' quella che si faceva largo, in un ristorantino, sulla stessa parete tra un'immagine sacra (del Buddha), un calendario per camionisti, un poster semi porno di donna discinta e quello di una nota marca di birra.
Per noi, a causa dei suoi gusti, restera' sempre e soltanto re Carciofo!
Quel gusto western: Ayutthaya-Muak Lek
La notte piove tantissimo, partiamo che tutto e' bagnato e il cielo coperto. La strada e' tra le risaie, tra stormi di cicogne che si spaventano al nostro passaggio e volano via. Moltissime buche, canali esondati, fango. Gli auspici sono pessimi: Ratatouille spiaccicato per terra, stavolta e, a qualche metro da noi, un bel cane investito in pieno da un pick up. Per fortuna muore sul colpo. Noi per non vederlo, preferiamo attraversare la strada e procedere contromano, struzzi di sensibilita'. Il sole si affaccia tra le nuvole e nelle ore piu' calde si fa poi largo definitivamente a testate. Partiti senza crema solare, arriviamo scottati! A circa 40 km dalla meta (ma noi pensavamo ne mancassero 25), ci fermiamo ad una bancarella, una delle rarissime oggi, ad acquistare cachi (la varieta' persiana dura che si trova qui). Si ferma anche un signore, in tenuta da golf, pick up vuoto, per guardare la merce. Si rivolge a noi, in inglese, chiedendoci dove siamo diretti; rispondiamo: "Muak Lek" e lui entusiasta: "Anch'io vado a Muak Lek!". Il nostro sguardo va dai suoi occhi al pick up vuoto (grande che ci stanno bici, noi, le borse e ce n'e' d'avanzo) ed esclamiamo: "Ahh!". Lui sorride, non acquista niente, ci augura buon viaggio e tentennante riparte. O golfista, tu che ti muovi sul green in trattorino, tu che sai che mancano 40 km a Muak Lek e che la strada e' un inferno, con cementifici e camion che si susseguono, tu che sai che ci sono piu' di 6 km di salita giusto prima di Muak Lek. O golfista col pick up vuoto perche' ci dici che anche tu vai a Muak Lek se non ci offri un passaggio?
Infatti, dopo la pausa pranzo il paesaggio cambia drasticamente, si vedono le montagne e sulla nostra sinistra, dalla parte dove pedaliamo, iniziano a comparire dei mostri altissimi: siamo arrivati ad una zona superindustriale e non un'industria qualsiasi, ma il complesso fantozziano megagalattico dei cementifici Siam City cement pubblic co. Simbolo, che sembra uscito da un fumetto di Batman, come il nome, e' una testa d'aquila antipatica, pronta probabilmente a gettarsi su qualsiasi cosa sia cementificabile, in terra thai e non solo...c'e' anche uno svincolo assurdo, targato Siam City e anche una diga, poco oltre: chissa' chi c'e' dietro. Pedaliamo gli ultimi km in salita incolonnati tra camion stracarichi che procedono lenti quanto noi, a volte anche meno, visto che li superiamo. La citta' dove finiamo e', chissa' perche', sede di un annuale Country Festival. Vediamo anche due spaesanti steak house e un villaggio finto vecchio West con tanto di tepee indiano. Pure l'hotel in cui finiamo, sull'autostrada, e' in stile old, wild West: anzi, e' una vera topaia western! In questo pezzo di paesaggio, ci chiediamo cosa ci faccia un'impresa Danish-Thai di mucche da latte!
Vita da cani: Muak Lek-Sung Noen
La salita non e' ancora finita, la mattina, Ale stacca Gaia e arriva in cima. Quasi in cima, passa accanto a un pit bull che sbadiglia e si accuccia. La prassi di aspettare Gaia in caso ci siano cani, viene percio' accantonata. Gaia riconosce, controsole, la sagoma del pitbull, ma anche a lei pare tranquillo e prosegue lentamente, spostandosi solo un po' piu' a destra. Quasi passata il cane, la bestia si alza e fa scattare la poderosa mascella, mancando la gamba di Gaia (scientemente?) che lei comunque alza immantinente. I secondi che seguono sono convulsi, Gaia urla, scende dalla bici e una donna arriva in motorino e richiama l'animale che pero' ha gia' morso la cinghia della sacca. Gaia piange dallo spavento e da allora gira con un buco di dente di pitbull sulla sua borsa. Ale da lontano non si accorge di nulla, ma la vede arrivare spingendo la bici.
Come gia' accennato, sulla strada i cani, abbandonati, selvatici o solo nullafacenti che ci abbaiano e ricorrono, sono tanti. La situazione dei cani in Thailandia e' brutta e si capisce che abbiano da ridire, povere bestie: malati di cimurro, filariosi, rogna o magrissimi per la fame, fanno spesso pena. Ma quasi sempre trovano la forza quantomeno di abbaiarci contro. La situazione degli animali e' specchio di quella degli umani: esseri liberi, di per se' non e' positivo. Non avere la catena non produce di per se' benessere. Alla liberta' di (muoversi, comunicare, fare) deve sempre essere accompagnata la liberta' da (dalla fame, dalle malattie, dalla paura). Cosi' per gli esseri umani, cosi' per le bestie. Altrimenti non si danno esseri, umani e non, felici.
Ci riprendiamo dallo spavento con dei buonissimi pomeli scelti con cura da una simpatica coppia di venditori di strada, che ci fanno spazio all'ombra della loro baracchina.
Il paesaggio prosegue, con tratti magnifici di collina, un lago artificiale lunghissimo punteggiato di ristorantini con vista e il misterioso Buddha park (un parco a tema?). Forse lo sbeffeggiare gli idoli locali ci procura una foratura nei pressi di una zona di bancarelle delle statuette in gesso et simili piu' disparate. Due per tutte: galli e buddha. Siamo costretti ad usare una di queste come appoggio per cambiare la camera d'aria.
La particolarita' dell'hotel di oggi non e' certo quella di essere sull'autostrada, bensi' il suo bagno. Annesso al balconcino e non direttamente accessibile dalla stanza, e' opera di un architetto pazzo: molto piccolo, ha la doccia di fronte alla porta e il wc e il lavandino completamenti attaccati, a destra dell'ingresso, in modo che il lavandino sia rivolto verso il wc e risulti pertanto inutilizzabile. Per scherno, c'e' anche lo specchio sopra il lavandino, ma l'unico modo per potercisi vedere e' salire sul wc!
La giornata si chiude com'era iniziata: questa volta e' il branco di oche dell'hotel, a sferrare un attacco ai due ciclisti, al loro rientro. Va detto peraltro che le povere bestie hanno come sempre le loro ragioni: il ristorante dove mangiamo ha tra le specialita' oca e anatra e lo si capisce perche' sull'insegna campeggia, insieme ad un'oca...Paolino Paperino!!!!
Monsoon wetting: Sung Noen-Phimai
(No, non e' un errore di scrittura: il titolo vuole essere un omaggio al matrimonio di Viviana da poco celebrato, ma anche ricordare l'acqua che abbiamo preso in questi giorni).
Questa mattina, Gaia non indossa nemmeno le calze: piove gia' cosi' tanto alla partenza che decide che e' inutile. Alla pioggia sottile si alterna pioggia fitta, e' la coda del tifone che si sta abbattendo, scopriamo poi, nel sud della Thailandia, Suratthani in particolare.
Quando piove cosi' tanto, e' buona cosa avere una meta, un posto dove sai che troverai da dormire. Il viaggio si perde. Non c'e' paesaggio, solo i campi di riso e il loro verde e qualche trampoliere che si stringe tra le piume e qualche altro che pesca e il grigio del cielo. Vai solo dritto alla meta, che arrivare e' gia' qualcosa.
Phimai e' proprio come ce l'aspettavamo, il suo tempio khmer (modello per i templi di Angkor) meraviglioso, il museo (che ricostruisce la storia dell'Isan dall'eta' del bronzo) ben fatto e interessante. La citta' e' posta, come piaceva agli antichi, all'incrocio di tre fiumi il Moon, affluente del Mekong, il Khem e il Chakorat, su di un'isola da essi formata. Visitiamo anche il suo famoso fico di Giava (baniano), vecchio di oltre 350 anni, il piu' grande della Thailandia che ha formato una vera foresta (anche qui, foto del re!) sull'acqua.
Phimai-Ban Phai. Motel Agip.
Alcuni di voi ricorderanno forse la stagione dei motel Agip: in genere ecomostri, si ergevano tronfi nei posti piu' impensabili della rete autostradale italiana. Brutti, costavano in compenso tantissimo. Qui, invece, lungo l'autostrada troviamo spesso hotel migliori di quelli in citta' e a prezzi abbordabili. Alla tristezza del fermarsi nel nulla, fa da contraltare in questo caso, la qualita' dell'offerta. In questo bell'hotel/motel/bungalow in particolare decidiamo anche di cenare sotto il suo berceau, circondati dai bambini dei proprietari che dopo i primi timidi approcci, cercano di comunicare con noi con il poco inglese che pero' gia' conoscono a 9 anni.
Oggi, davanti ai nostri occhi, sulla strada vediamo scorrere: granchietti di acqua dolce che escono dalle risaie (quindi il fantomatico gatto pescatore...); camioncino/taxi collettivo che trasporta, oltre ai normali passeggeri, un motorino con il motociclista in sella; aquiloni coloratissimi con faccina di pipistrello o panda i piu' belli, a forma di aereo e colore mimetico quelli da boicottare; salsicce di ogni forma e dimensione, per lo piu' collane di salsicce, specialita' dell'Isan.
Poker di polli: Ban Phai-Khon Kaen
Cerchiamo l'hotel di legno segnalato dalla guida, sperando di ritrovare un po' di heritage smarrito a Hua Hin. Invece, troviamo solo la topaia. Gaia chiede ad Ale di entrare a vedere la stanza, perche' non e' convintissima. Finiamo col prendere la peggiore, che non solo non e' di legno, ma e' veramente schifosa. Pero' ormai siamo li', siamo stanchi e soprattutto costa veramente poco. Come sempre, per una notte, va bene tutto.
Khon Kaen ha un bellissimo e ricco mercato diurno, mentre quello notturno e' deludente. Mangiamo in un ottimo ristorante vegetariano, zeppo di locals. Ogni tanto la guida anziche' farci incazzare, ci da qualche dritta giusta! Anche la cooperativa di donne che vende stoffe e' il luogo perfetto per fare acquisti e dove i soldi vanno direttamente nelle mani di chi produce.
Lungo la strada, oggi, moltissime bancarelle propongono la specialita' locale per antonomasia: il pollo grigliato servito su degli spiedi. Data l'elevata competizione, alcuni venditori propongono superofferte come quella di uno di loro che, in piedi sul ciglio dell'autostrada, sbandiera quattro spiedi con altrettanti polli infilzati sopra, reggendoli a mo' di poker di carte, proteso verso le macchine che sfrecciano.
Gaia ha mal di testa, Ale e' isterico e insopportabile, come sempre: insomma, formiamo proprio un'irresistibile coppia.
Khon Kaen-incrocio strada 2023
Il posto dove ci fermiamo oggi e' uno di quegli agglomerati che sorgono spesso qui in prossimita' degli incroci tra strade ed autostrada e non sappiamo nemmeno se abbia un nome. Non volendo dormire ad Udon Thani, decidiamo di fermarci in un hotel che ci pare carino, in mezzo al nulla, ma tra le risaie. Il paesaggio e' da Oltrepo' pavese misto a canna da zucchero e con tantissime bufale, che finalmente vediamo immerse nell'acqua coi loro piccoli, alcune anche chiare che paiono albine. Con il sole, rivediamo le farfalle, nere e gialle, enormi, o nere con la coda a goccia e i puntini giallorossi, bellissime.
La serata e' caratterizzata dal primo plenilunio di ottobre e percio' anche da grandi festeggiamenti, con scoppio di mortaretti e piccoli fuochi d'artificio fino a notte inoltrata. La luna sembra gradire le offerte e stasera non solo e' ben visibile, ma anche incredibilmente rossa.
Incrocio-Nong Khai: great balls of fire
Buttata fuori dalla porta, Udon Thani rientra dalla finestra: attraversarla ci porta via un sacco di tempo e ci costa anche una litigata (oggetto: banane grigliate e acqua). La citta' sembra molto ricca ed e' caratterizzata dalla forte presenza di militari ed, in comune con Bangkok, ha il cattivo sapore dell'acqua e l'elevato numero di donne per uomini soli...
Incontriamo, alle porte di Nong Khai, un altro caso di false friend: le bancarelle vendono noci di cocco rapate che sembrano passate alla brace. Per Gaia, c'e' dentro del riso cotto...insomma, li si deve provare! Trattasi di semplici noci di cocco ben pulite messe sotto ghiaccio per essere servite fredde. Berne il latte buonissimo in una giornata cosi' calda come questa e' veramente una goduria, false friend o meno! Anche la polpa, che mangiamo all'arrivo, meritava d'esser tenuta!
Arrivati in citta' scopriamo che e' in corso il festival (che credevamo essere alla fine di ottobre) detto delle palle di fuoco del Mekong. Il festival ha a che fare anche con uno strano fenomeno, non si sa se naturale o artificiale: l'emersione dalle acque del fiume, una sola volta l'anno, di luci che la fantasia popolare vuole essere il fuoco sputato dal dragone che ne abita le acque.
Temiamo di non trovare posto da dormire, ma per fortuna e' lunedi' e il grosso dei turisti thai se ne e' andato. Veniamo sopraffatti dalla vista del fiume che domina la cittadina che vediamo anche dal tranquillo hotel che scegliamo. La sera, camminiamo lungo fiume, c'e' una passeggiata meravigliosa e circa a meta' inizia la festa: bancarelle di cibo, di birra e cose thai, buddiste o pagane. Le piu' belle sono degli enormi cilindri di carta di riso, aperti sotto che, grazie al piccolo fuoco acceso sotto, come le carte delle arance a Natale, si innalzano e volano per centinaia di metri nel cielo, illuminandolo. Non sappiamo che significato abbiano, ma quelli in alto si aggiungono al firmamento e con la luna piena l'effetto e' proprio scenografico. Poi ci sono, sul fiume, giganteschi fiori di loto illuminati galleggianti e una barca con le lucine a formare un dragone. L'unico neo e' che anche qui vengono sfruttati elefantini, portati in giro per avere i soldi dei turisti. Il giorno dopo vediamo la regata sul Mekong che chiude in qualche modo il festival: grandi imbarcazioni con piu' di venti vogatori con l'uniforme dai colori fluo si danno battaglia sul Mekong.
Visitiamo poi un parco (il Salakaewkoo), che ricorda per visionarieta' quello dei mostri di Bomarzo: qui ci sono statue di oltre 20 metri di altezza raffiguranti scene di vita del Buddha e idoli di varie religioni. Il tutto nello stile molto personale di un artista-santone fuggito dal Laos all'inizio della dittatura.
Gaia riesce anche a ricomprarsi le ciabattine rubatele al tempio!
A risentirci dal Laos, se va tutto bene.
Arrivare e' stato davvero un'emozione. Proprio un posto carino dove riposare, Nong Khai...ed e' qui che, infatti, ci siamo finalmente concessi un rinomato massaggio thai!
Siamo in attesa di passare il famoso Ponte dell'amicizia, uno dei tre costruiti sul Mekong, che unisce i due stati. Ma l'attesa principale non e' questa: il 15 c.m. il Comune di Milano dara' la risposta alla cooperativa in merito a quali rapporti resteranno attivi nel prossimo futuro...
C'era una volta un re...
Non ne abbiamo parlato tanto, ma il re, forse questo in particolare (Rama IX), e' l'idolo nazionale. Le sue foto e quelle della sua reale consorte, sono ovunque. Molte sono foto di gioventu' che lo vedono impegnato, come tutti i bravi re, nelle piu' disparate attivita': agricoltura, industria, educazione, cultura. Questo re e' stato promotore di molte iniziative sociali e culturali. Molte altre foto riguardano la sua esperienza come monaco: come ogni buddista che si rispetti, anche lui ha fatto il suo periodo di noviziato. In quasi tutte le foto, il re ha pero' la faccia triste, raramente sorride, mentre la moglie sfoggia sempre bellissimi sorrisi thai. Nel periodo da monaco, le foto hanno addirittura un che di inquietante: il re, in saio color zafferano, indossa sempre degli occhiali scuri che lo fanno sembrare un militare golpista. Ma sono le foto piu' recenti, quelle di un re ormai vecchio, che fanno piu' pena: appare visibilmente sofferente, forse ha una qualche malattia degenerativa, fatto sta che il paragone con la moglie e' ancora piu' stridente. I figli raramente compaiono, ma sono bruttarelli, tipo sorellastre di Cenerentola (ovviamente sara' il maschio a succedergli). La sorella e' invece un'attivissima donna dal bel volto che tutte le volte che vediamo un tg fa qualcosa da qualche parte, occupandosi soprattutto di promozione della cultura e delle tradizioni thai.
La real foto, come gia' detto ubiqua, alla quale siamo piu' affezionati e' quella che si faceva largo, in un ristorantino, sulla stessa parete tra un'immagine sacra (del Buddha), un calendario per camionisti, un poster semi porno di donna discinta e quello di una nota marca di birra.
Per noi, a causa dei suoi gusti, restera' sempre e soltanto re Carciofo!
Quel gusto western: Ayutthaya-Muak Lek
La notte piove tantissimo, partiamo che tutto e' bagnato e il cielo coperto. La strada e' tra le risaie, tra stormi di cicogne che si spaventano al nostro passaggio e volano via. Moltissime buche, canali esondati, fango. Gli auspici sono pessimi: Ratatouille spiaccicato per terra, stavolta e, a qualche metro da noi, un bel cane investito in pieno da un pick up. Per fortuna muore sul colpo. Noi per non vederlo, preferiamo attraversare la strada e procedere contromano, struzzi di sensibilita'. Il sole si affaccia tra le nuvole e nelle ore piu' calde si fa poi largo definitivamente a testate. Partiti senza crema solare, arriviamo scottati! A circa 40 km dalla meta (ma noi pensavamo ne mancassero 25), ci fermiamo ad una bancarella, una delle rarissime oggi, ad acquistare cachi (la varieta' persiana dura che si trova qui). Si ferma anche un signore, in tenuta da golf, pick up vuoto, per guardare la merce. Si rivolge a noi, in inglese, chiedendoci dove siamo diretti; rispondiamo: "Muak Lek" e lui entusiasta: "Anch'io vado a Muak Lek!". Il nostro sguardo va dai suoi occhi al pick up vuoto (grande che ci stanno bici, noi, le borse e ce n'e' d'avanzo) ed esclamiamo: "Ahh!". Lui sorride, non acquista niente, ci augura buon viaggio e tentennante riparte. O golfista, tu che ti muovi sul green in trattorino, tu che sai che mancano 40 km a Muak Lek e che la strada e' un inferno, con cementifici e camion che si susseguono, tu che sai che ci sono piu' di 6 km di salita giusto prima di Muak Lek. O golfista col pick up vuoto perche' ci dici che anche tu vai a Muak Lek se non ci offri un passaggio?
Infatti, dopo la pausa pranzo il paesaggio cambia drasticamente, si vedono le montagne e sulla nostra sinistra, dalla parte dove pedaliamo, iniziano a comparire dei mostri altissimi: siamo arrivati ad una zona superindustriale e non un'industria qualsiasi, ma il complesso fantozziano megagalattico dei cementifici Siam City cement pubblic co. Simbolo, che sembra uscito da un fumetto di Batman, come il nome, e' una testa d'aquila antipatica, pronta probabilmente a gettarsi su qualsiasi cosa sia cementificabile, in terra thai e non solo...c'e' anche uno svincolo assurdo, targato Siam City e anche una diga, poco oltre: chissa' chi c'e' dietro. Pedaliamo gli ultimi km in salita incolonnati tra camion stracarichi che procedono lenti quanto noi, a volte anche meno, visto che li superiamo. La citta' dove finiamo e', chissa' perche', sede di un annuale Country Festival. Vediamo anche due spaesanti steak house e un villaggio finto vecchio West con tanto di tepee indiano. Pure l'hotel in cui finiamo, sull'autostrada, e' in stile old, wild West: anzi, e' una vera topaia western! In questo pezzo di paesaggio, ci chiediamo cosa ci faccia un'impresa Danish-Thai di mucche da latte!
Vita da cani: Muak Lek-Sung Noen
La salita non e' ancora finita, la mattina, Ale stacca Gaia e arriva in cima. Quasi in cima, passa accanto a un pit bull che sbadiglia e si accuccia. La prassi di aspettare Gaia in caso ci siano cani, viene percio' accantonata. Gaia riconosce, controsole, la sagoma del pitbull, ma anche a lei pare tranquillo e prosegue lentamente, spostandosi solo un po' piu' a destra. Quasi passata il cane, la bestia si alza e fa scattare la poderosa mascella, mancando la gamba di Gaia (scientemente?) che lei comunque alza immantinente. I secondi che seguono sono convulsi, Gaia urla, scende dalla bici e una donna arriva in motorino e richiama l'animale che pero' ha gia' morso la cinghia della sacca. Gaia piange dallo spavento e da allora gira con un buco di dente di pitbull sulla sua borsa. Ale da lontano non si accorge di nulla, ma la vede arrivare spingendo la bici.
Come gia' accennato, sulla strada i cani, abbandonati, selvatici o solo nullafacenti che ci abbaiano e ricorrono, sono tanti. La situazione dei cani in Thailandia e' brutta e si capisce che abbiano da ridire, povere bestie: malati di cimurro, filariosi, rogna o magrissimi per la fame, fanno spesso pena. Ma quasi sempre trovano la forza quantomeno di abbaiarci contro. La situazione degli animali e' specchio di quella degli umani: esseri liberi, di per se' non e' positivo. Non avere la catena non produce di per se' benessere. Alla liberta' di (muoversi, comunicare, fare) deve sempre essere accompagnata la liberta' da (dalla fame, dalle malattie, dalla paura). Cosi' per gli esseri umani, cosi' per le bestie. Altrimenti non si danno esseri, umani e non, felici.
Ci riprendiamo dallo spavento con dei buonissimi pomeli scelti con cura da una simpatica coppia di venditori di strada, che ci fanno spazio all'ombra della loro baracchina.
Il paesaggio prosegue, con tratti magnifici di collina, un lago artificiale lunghissimo punteggiato di ristorantini con vista e il misterioso Buddha park (un parco a tema?). Forse lo sbeffeggiare gli idoli locali ci procura una foratura nei pressi di una zona di bancarelle delle statuette in gesso et simili piu' disparate. Due per tutte: galli e buddha. Siamo costretti ad usare una di queste come appoggio per cambiare la camera d'aria.
La particolarita' dell'hotel di oggi non e' certo quella di essere sull'autostrada, bensi' il suo bagno. Annesso al balconcino e non direttamente accessibile dalla stanza, e' opera di un architetto pazzo: molto piccolo, ha la doccia di fronte alla porta e il wc e il lavandino completamenti attaccati, a destra dell'ingresso, in modo che il lavandino sia rivolto verso il wc e risulti pertanto inutilizzabile. Per scherno, c'e' anche lo specchio sopra il lavandino, ma l'unico modo per potercisi vedere e' salire sul wc!
La giornata si chiude com'era iniziata: questa volta e' il branco di oche dell'hotel, a sferrare un attacco ai due ciclisti, al loro rientro. Va detto peraltro che le povere bestie hanno come sempre le loro ragioni: il ristorante dove mangiamo ha tra le specialita' oca e anatra e lo si capisce perche' sull'insegna campeggia, insieme ad un'oca...Paolino Paperino!!!!
Monsoon wetting: Sung Noen-Phimai
(No, non e' un errore di scrittura: il titolo vuole essere un omaggio al matrimonio di Viviana da poco celebrato, ma anche ricordare l'acqua che abbiamo preso in questi giorni).
Questa mattina, Gaia non indossa nemmeno le calze: piove gia' cosi' tanto alla partenza che decide che e' inutile. Alla pioggia sottile si alterna pioggia fitta, e' la coda del tifone che si sta abbattendo, scopriamo poi, nel sud della Thailandia, Suratthani in particolare.
Quando piove cosi' tanto, e' buona cosa avere una meta, un posto dove sai che troverai da dormire. Il viaggio si perde. Non c'e' paesaggio, solo i campi di riso e il loro verde e qualche trampoliere che si stringe tra le piume e qualche altro che pesca e il grigio del cielo. Vai solo dritto alla meta, che arrivare e' gia' qualcosa.
Phimai e' proprio come ce l'aspettavamo, il suo tempio khmer (modello per i templi di Angkor) meraviglioso, il museo (che ricostruisce la storia dell'Isan dall'eta' del bronzo) ben fatto e interessante. La citta' e' posta, come piaceva agli antichi, all'incrocio di tre fiumi il Moon, affluente del Mekong, il Khem e il Chakorat, su di un'isola da essi formata. Visitiamo anche il suo famoso fico di Giava (baniano), vecchio di oltre 350 anni, il piu' grande della Thailandia che ha formato una vera foresta (anche qui, foto del re!) sull'acqua.
Phimai-Ban Phai. Motel Agip.
Alcuni di voi ricorderanno forse la stagione dei motel Agip: in genere ecomostri, si ergevano tronfi nei posti piu' impensabili della rete autostradale italiana. Brutti, costavano in compenso tantissimo. Qui, invece, lungo l'autostrada troviamo spesso hotel migliori di quelli in citta' e a prezzi abbordabili. Alla tristezza del fermarsi nel nulla, fa da contraltare in questo caso, la qualita' dell'offerta. In questo bell'hotel/motel/bungalow in particolare decidiamo anche di cenare sotto il suo berceau, circondati dai bambini dei proprietari che dopo i primi timidi approcci, cercano di comunicare con noi con il poco inglese che pero' gia' conoscono a 9 anni.
Oggi, davanti ai nostri occhi, sulla strada vediamo scorrere: granchietti di acqua dolce che escono dalle risaie (quindi il fantomatico gatto pescatore...); camioncino/taxi collettivo che trasporta, oltre ai normali passeggeri, un motorino con il motociclista in sella; aquiloni coloratissimi con faccina di pipistrello o panda i piu' belli, a forma di aereo e colore mimetico quelli da boicottare; salsicce di ogni forma e dimensione, per lo piu' collane di salsicce, specialita' dell'Isan.
Poker di polli: Ban Phai-Khon Kaen
Cerchiamo l'hotel di legno segnalato dalla guida, sperando di ritrovare un po' di heritage smarrito a Hua Hin. Invece, troviamo solo la topaia. Gaia chiede ad Ale di entrare a vedere la stanza, perche' non e' convintissima. Finiamo col prendere la peggiore, che non solo non e' di legno, ma e' veramente schifosa. Pero' ormai siamo li', siamo stanchi e soprattutto costa veramente poco. Come sempre, per una notte, va bene tutto.
Khon Kaen ha un bellissimo e ricco mercato diurno, mentre quello notturno e' deludente. Mangiamo in un ottimo ristorante vegetariano, zeppo di locals. Ogni tanto la guida anziche' farci incazzare, ci da qualche dritta giusta! Anche la cooperativa di donne che vende stoffe e' il luogo perfetto per fare acquisti e dove i soldi vanno direttamente nelle mani di chi produce.
Lungo la strada, oggi, moltissime bancarelle propongono la specialita' locale per antonomasia: il pollo grigliato servito su degli spiedi. Data l'elevata competizione, alcuni venditori propongono superofferte come quella di uno di loro che, in piedi sul ciglio dell'autostrada, sbandiera quattro spiedi con altrettanti polli infilzati sopra, reggendoli a mo' di poker di carte, proteso verso le macchine che sfrecciano.
Gaia ha mal di testa, Ale e' isterico e insopportabile, come sempre: insomma, formiamo proprio un'irresistibile coppia.
Khon Kaen-incrocio strada 2023
Il posto dove ci fermiamo oggi e' uno di quegli agglomerati che sorgono spesso qui in prossimita' degli incroci tra strade ed autostrada e non sappiamo nemmeno se abbia un nome. Non volendo dormire ad Udon Thani, decidiamo di fermarci in un hotel che ci pare carino, in mezzo al nulla, ma tra le risaie. Il paesaggio e' da Oltrepo' pavese misto a canna da zucchero e con tantissime bufale, che finalmente vediamo immerse nell'acqua coi loro piccoli, alcune anche chiare che paiono albine. Con il sole, rivediamo le farfalle, nere e gialle, enormi, o nere con la coda a goccia e i puntini giallorossi, bellissime.
La serata e' caratterizzata dal primo plenilunio di ottobre e percio' anche da grandi festeggiamenti, con scoppio di mortaretti e piccoli fuochi d'artificio fino a notte inoltrata. La luna sembra gradire le offerte e stasera non solo e' ben visibile, ma anche incredibilmente rossa.
Incrocio-Nong Khai: great balls of fire
Buttata fuori dalla porta, Udon Thani rientra dalla finestra: attraversarla ci porta via un sacco di tempo e ci costa anche una litigata (oggetto: banane grigliate e acqua). La citta' sembra molto ricca ed e' caratterizzata dalla forte presenza di militari ed, in comune con Bangkok, ha il cattivo sapore dell'acqua e l'elevato numero di donne per uomini soli...
Incontriamo, alle porte di Nong Khai, un altro caso di false friend: le bancarelle vendono noci di cocco rapate che sembrano passate alla brace. Per Gaia, c'e' dentro del riso cotto...insomma, li si deve provare! Trattasi di semplici noci di cocco ben pulite messe sotto ghiaccio per essere servite fredde. Berne il latte buonissimo in una giornata cosi' calda come questa e' veramente una goduria, false friend o meno! Anche la polpa, che mangiamo all'arrivo, meritava d'esser tenuta!
Arrivati in citta' scopriamo che e' in corso il festival (che credevamo essere alla fine di ottobre) detto delle palle di fuoco del Mekong. Il festival ha a che fare anche con uno strano fenomeno, non si sa se naturale o artificiale: l'emersione dalle acque del fiume, una sola volta l'anno, di luci che la fantasia popolare vuole essere il fuoco sputato dal dragone che ne abita le acque.
Temiamo di non trovare posto da dormire, ma per fortuna e' lunedi' e il grosso dei turisti thai se ne e' andato. Veniamo sopraffatti dalla vista del fiume che domina la cittadina che vediamo anche dal tranquillo hotel che scegliamo. La sera, camminiamo lungo fiume, c'e' una passeggiata meravigliosa e circa a meta' inizia la festa: bancarelle di cibo, di birra e cose thai, buddiste o pagane. Le piu' belle sono degli enormi cilindri di carta di riso, aperti sotto che, grazie al piccolo fuoco acceso sotto, come le carte delle arance a Natale, si innalzano e volano per centinaia di metri nel cielo, illuminandolo. Non sappiamo che significato abbiano, ma quelli in alto si aggiungono al firmamento e con la luna piena l'effetto e' proprio scenografico. Poi ci sono, sul fiume, giganteschi fiori di loto illuminati galleggianti e una barca con le lucine a formare un dragone. L'unico neo e' che anche qui vengono sfruttati elefantini, portati in giro per avere i soldi dei turisti. Il giorno dopo vediamo la regata sul Mekong che chiude in qualche modo il festival: grandi imbarcazioni con piu' di venti vogatori con l'uniforme dai colori fluo si danno battaglia sul Mekong.
Visitiamo poi un parco (il Salakaewkoo), che ricorda per visionarieta' quello dei mostri di Bomarzo: qui ci sono statue di oltre 20 metri di altezza raffiguranti scene di vita del Buddha e idoli di varie religioni. Il tutto nello stile molto personale di un artista-santone fuggito dal Laos all'inizio della dittatura.
Gaia riesce anche a ricomprarsi le ciabattine rubatele al tempio!
A risentirci dal Laos, se va tutto bene.
domenica 27 settembre 2009
Nel regno di Sua maesta'
Approfittiamo di questo lento, ma gratuito, internet della splendida guesthouse che ci ospita, qui ad Ayutthaya per un breve (?) aggiornamento.
Entrare a Bangkok e' come essere in un videogioco dove, pero', piu' vai avanti piu' perdi punti vita anziche' guadagnarli! Tra l'altro sei tu il bersaglio!
La sensazione e' di fare il controllore di volo al JFK di New York: cosi' tante variabili che credere di poterle tenere sotto controllo e' una chimera.
I taxi, che qui sono dei piu' svariati colori (rosa shocking, arancione, verde acido etc.) sono come i pesci pilota con gli squali: sempre dietro, attaccati ai bus per vedere se alle fermate riescono a sottrarre qualche cliente, quindi noi rischiamo due volte lo schiacciamento laterale. Si frena, dribbla, urla, supera e ogni tanto, a sprazzi, si va via lisci.. Pero' l'aria non e' mefitica come in Indonesia o a Dehli, forse anche perche' i famosi tuk tuk stanno quasi scomparendo grazie all'ottimo sistema di trasporto pubblico locale, davvero all'avanguardia (c'e' pure una metropolitana leggera stile giapponese, la skytrain! e le stazioni dei bus in centro sono wi-fi!). Insomma, e' quasi (?) meglio di Milano!
Comunque per fare gli ultimi dieci km abbiamo impiegato un'ora!
Gli scorci che vediamo ogni tanto sono pero' suggestivi: B e' citta' di acqua, fiume, canali, barche, barconi, chiatte, con tutta l'umanita' che li accompagna e che ci vive. Un po' Amsterdam, un po' Londra, molto Oriente..
L'hotel dell'amore
A Nakhon Pathom, trovare un hotel non e' stato semplice e gira che ti rigira, decidiamo di seguire un'insegna rosa con l'H di hotel a forma di quel che ci sembra un cuore. Arriviamo in un posto dove alcuni parcheggiatori che ci sembrano usciti da un film sulla legione straniera (con copricapi e fazzolettini sotto che scendono e occhiali da sole) ci invitano incalzanti ad entrare in una zona stanzaconparcheggiomacchinadifronte e subito chiudono una tenda cerata di gomma alle nostre spalle, dicendoci:"200 baht". Ci sembra troppo poco e capiamo di trovarci in uno dei tanti motel per uomini soli (chiamiamoli cosi') in cui siamo incappati. Tutto e' rosa: insegna, tenda, muri. Ma la tariffa si riferisce alla permanenza per sole due ore. Percio' li salutiamo e ce ne andiamo. Nel frattempo, da un macchinone dai vetri oscurati esce un numero imprecisato di donne altrettanto sole... I parcheggiatori ci fanno segno di uscire dalla parte opposta, altrettanto incalzanti!
Dormiamo in un hotel sulla superstrada, il piu' strano mai visto in vita nostra: ad ogni piano puoi...arrivare in macchina come fosse un parcheggio multipiano!
Dai, fatti un Cynar!
Quasi arrivati nell'hotel da noi prescelto a Bangkok, chiediamo conferma (Gaia insiste) a due passanti circa la strada: sono un koreano e un malese. Questi, ci dice che il posto e' lontanissimo e che serve un taxi (!!) per arrivarci...il koreano gli ricorda che siamo in bici: la citta' fa male. Continuano a ripeterci che li' c'e' la Bank of Thailand.
Li salutiamo, lasciandoli al loro triste destino.
Spesso, per necessita' o per mischiarci ai locals, mangiamo in stall che sono davvero sulla strada, cosi' che, visto il traffico che regna sulle strade principali delle citta' piu' grandi, ci sentiamo un po' come Ernesto Calindri nella famosa pubblicita' di Carosello (lui seduto nel mezzo di una rotonda che dice: "Contro il logorio della vita moderna..."). E' vero: qui si trova il cibo piu' autentico, ma e' difficile rilassarsi: il nostro udito e i nostri muscoli vorrebbero il classico ristorantino comodo e tranquillo!
Corri di qui, corri di la' in cerca di cio' per cui siamo venuti a Bangkok (pezzi di ricambio vari per noi e le bici), ad un certo punto notiamo che le strade si fanno improvvisamente vuote e regna un silenzio irreale: ci siamo solo noi e dei poliziotti che ci fanno segno di proseguire velocemente. Ci chiediamo cosa stia succedendo. Anche i pedoni che passano sui ponti sopra la strada, vengono invitati a completare velocemente l'attraversamento. Tutto viene bloccato e anche noi fatti accostare dietro una transenna; chiediamo cosa succede: passa il re! Qualche istante dopo, una fila di macchine di servizio (tutte BMW che si e' evidentemente aggiudicata l'approvvigionamento reale) sfila veloce. Tutto torna poi alla normalita'.
Del resto, il monaco-abate di Phetchaburi ce l'aveva detto: il re va matto per i carciofi e lui glieli ha portati appositamente, di ritorno dal suo viaggio in Italia. Servono anche a lui, contro il logorio del potere...
Falsi thai
Cosi' come gia' capitato con la mela cannella, non e' facile orientarsi tra apparenza e sostanza di cio' che non appartiene al nostro universo linguistico e culinario. A confonderci sono anche le somiglianze tra cio' che vediamo per la prima volta e cio' che noi crediamo aver gia' sperimentato. E' cosi' che acquistiamo senza esitazione un tetrapak di foglia di banana (in genere contiene riso dolce) e ci troviamo dentro si' dello sticky rice, ma con in mezzo uovo, gamberi e maiale. Peccato che Gaia sia vegetariana e Ale voglia il dolce!
Poi, vendono ovunque finti sandwich che noi mai abbiamo acquistato, ma che ci hanno dato come colazione in un hotel: trattasi di tramezzino classico, con nulla dentro, ma una striscia colorata, esterna, tra le due fette che fa presagire una farcitura inesistente, quanto improbabile (color verde o arancione).
Oppure, compriamo, per variare un po', una cosa che sembra un mini panettoncino dolce, uguale uguale, giuriamo, ma dentro e' vuoto come la zucca di certi politici. E' pane normale "pittato" da panettoncino! Beh, almeno e' pane! E gli esempi potrebbero continuare...
Very Thai!
Lo studente thai e' l'essere piu' affamato che ci sia mai capitato di incontrare (noi esclusi!): in prossimita' di ogni scuola, di ogni ordine e grado, infatti, si radunano piccoli plotoni di venditori di strada, con ogni genere di prodotto che vengono letteralmente presi d'assalto all'entrata, all'intervallo e all'uscita degli studenti che comprano o consumano l'inverosimile. Quando siamo alla ricerca di un posto dove mangiare, per la scelta ci affidiamo spesso alla presenza di studenti, generalmente garanzia di qualita' (e abbondanza!).
Matti per la bici
L'abbiamo detto: la citta' fa male. Per Ale, l'hotel di B e' del genere "per occidentali stronzi, tutto lustro, in legno e nello stile finto orientale che gli occidenatli pensano sia l'autentico orientale". Gaia se ne innamora subito. Dice che si sta bene, e' silenzioso e poi si sentono gli uccellini e i galli all'alba. Certo, a volte, a disturbare sono gli ospiti (la mattina della nostra partenza ce n'era uno che dormiva sui tappetini davanti ai cessi, completamente ubriaco). Uno di questi e' il compagno di Gaia.
E' buio: Gaia viene svegliata da un rumore ripetitivo, a lei noto. Mezza addormentata, le pare di sentire... ma si e' proprio cosi', il rumore della pompetta della bici! Nell'oscurita' chiede (interrogativa retorica) al compagno di vita: "Ma cosa stai facendo?!" e lui: "Sono io, Gaia" (e chi cavolo poteva essere!). Sta gonfiando la camera d'aria che ha cambiato per la terza volta in poche ore; un problema che, evidentemente, come si suol dire, non lo faceva dormire!
Ratatouille
Ad uno degli incroci piu' incasinati che incontriamo in uscita da B, fermi al semaforo, un topolino passa svelto tra le ruote delle bici e poi, con agitazione, ma accortezza, attraversa ben tre volte tre differenti carreggiate. Lui ce l'ha fatta e questo ci da speranza. Noi speriamo che ce la caviamo...
Ma che ci fanno i miei capelli qui?
La fermata nella citta' partrimonio UNESCO di Ayutthaya meritava la deviazione. Per Gaia e' fin'ora, la sua citta' thai preferita, coi suoi canali che circondano la parte archeologica con i resti dei templi khmer e non solo.
Il mercato serale e' un'esplosione di specialita' locali piu' che nazionali (anche se Ale si butta sullo stall dei gamberoni alla brace).. Gia' lungo la strada, prima di entrare in citta' notiamo sacchettoni trasparenti colmi di quelli che ad Ale sembrano spaghetti colorati, a Gaia "stringhe" dolci per bambini (vedi paragrafo: Finti thai...). Ovviamente, non possiamo esimerci dall'assaggiarli, oltretutto costano pochissimo. Dopo infruttuosi tentativi di richiesta su cosa siano (come sempre!), viene in nostro aiuto una thai English speaking che ci spiega che sono il "ripieno" di crespelle con cui vengono venduti e che sono di vari sapori (da cui i vari colori). In pratica, sono una sorta di zucchero filato, che pero' ha la consistenza del crine di cavallo, dei capelli di Gaia, insomma. Li si mangia volentieri, canticchiando un motivetto dei tempi della nonna di Gaia ("Non e' un capello, ma un crine di cavallo uscito da un gilet...").
Chicchiricchi
Anche qui, come gia' altrove, nei templi c'e' un tripudio di statuette di galli, ma qui davvero hanno esagerato: ce ne sono di dimensioni faraoniche. Vale la visita il wat Yai Chai Mongkul per poter ammirare: il gallo in gesso piu' alto del mondo (secondo noi!, Ale non gli arriva che al petto); il gallo Versace (tutto lustrini e specchietti d'oro o d'argento); il gallo nazionalista (con la coda aperta e un sole con i colori della bandiera sopra).
A noi ricorda tanto il personaggio della nota pubblicita' di un riso italiano e puo' essere il regalo ideale per ogni suocera.
Procediamo ora spediti (forse) in direzione Laos, il visto thai ci scade tra meno di 3 settimane!
Entrare a Bangkok e' come essere in un videogioco dove, pero', piu' vai avanti piu' perdi punti vita anziche' guadagnarli! Tra l'altro sei tu il bersaglio!
La sensazione e' di fare il controllore di volo al JFK di New York: cosi' tante variabili che credere di poterle tenere sotto controllo e' una chimera.
I taxi, che qui sono dei piu' svariati colori (rosa shocking, arancione, verde acido etc.) sono come i pesci pilota con gli squali: sempre dietro, attaccati ai bus per vedere se alle fermate riescono a sottrarre qualche cliente, quindi noi rischiamo due volte lo schiacciamento laterale. Si frena, dribbla, urla, supera e ogni tanto, a sprazzi, si va via lisci.. Pero' l'aria non e' mefitica come in Indonesia o a Dehli, forse anche perche' i famosi tuk tuk stanno quasi scomparendo grazie all'ottimo sistema di trasporto pubblico locale, davvero all'avanguardia (c'e' pure una metropolitana leggera stile giapponese, la skytrain! e le stazioni dei bus in centro sono wi-fi!). Insomma, e' quasi (?) meglio di Milano!
Comunque per fare gli ultimi dieci km abbiamo impiegato un'ora!
Gli scorci che vediamo ogni tanto sono pero' suggestivi: B e' citta' di acqua, fiume, canali, barche, barconi, chiatte, con tutta l'umanita' che li accompagna e che ci vive. Un po' Amsterdam, un po' Londra, molto Oriente..
L'hotel dell'amore
A Nakhon Pathom, trovare un hotel non e' stato semplice e gira che ti rigira, decidiamo di seguire un'insegna rosa con l'H di hotel a forma di quel che ci sembra un cuore. Arriviamo in un posto dove alcuni parcheggiatori che ci sembrano usciti da un film sulla legione straniera (con copricapi e fazzolettini sotto che scendono e occhiali da sole) ci invitano incalzanti ad entrare in una zona stanzaconparcheggiomacchinadifronte e subito chiudono una tenda cerata di gomma alle nostre spalle, dicendoci:"200 baht". Ci sembra troppo poco e capiamo di trovarci in uno dei tanti motel per uomini soli (chiamiamoli cosi') in cui siamo incappati. Tutto e' rosa: insegna, tenda, muri. Ma la tariffa si riferisce alla permanenza per sole due ore. Percio' li salutiamo e ce ne andiamo. Nel frattempo, da un macchinone dai vetri oscurati esce un numero imprecisato di donne altrettanto sole... I parcheggiatori ci fanno segno di uscire dalla parte opposta, altrettanto incalzanti!
Dormiamo in un hotel sulla superstrada, il piu' strano mai visto in vita nostra: ad ogni piano puoi...arrivare in macchina come fosse un parcheggio multipiano!
Dai, fatti un Cynar!
Quasi arrivati nell'hotel da noi prescelto a Bangkok, chiediamo conferma (Gaia insiste) a due passanti circa la strada: sono un koreano e un malese. Questi, ci dice che il posto e' lontanissimo e che serve un taxi (!!) per arrivarci...il koreano gli ricorda che siamo in bici: la citta' fa male. Continuano a ripeterci che li' c'e' la Bank of Thailand.
Li salutiamo, lasciandoli al loro triste destino.
Spesso, per necessita' o per mischiarci ai locals, mangiamo in stall che sono davvero sulla strada, cosi' che, visto il traffico che regna sulle strade principali delle citta' piu' grandi, ci sentiamo un po' come Ernesto Calindri nella famosa pubblicita' di Carosello (lui seduto nel mezzo di una rotonda che dice: "Contro il logorio della vita moderna..."). E' vero: qui si trova il cibo piu' autentico, ma e' difficile rilassarsi: il nostro udito e i nostri muscoli vorrebbero il classico ristorantino comodo e tranquillo!
Corri di qui, corri di la' in cerca di cio' per cui siamo venuti a Bangkok (pezzi di ricambio vari per noi e le bici), ad un certo punto notiamo che le strade si fanno improvvisamente vuote e regna un silenzio irreale: ci siamo solo noi e dei poliziotti che ci fanno segno di proseguire velocemente. Ci chiediamo cosa stia succedendo. Anche i pedoni che passano sui ponti sopra la strada, vengono invitati a completare velocemente l'attraversamento. Tutto viene bloccato e anche noi fatti accostare dietro una transenna; chiediamo cosa succede: passa il re! Qualche istante dopo, una fila di macchine di servizio (tutte BMW che si e' evidentemente aggiudicata l'approvvigionamento reale) sfila veloce. Tutto torna poi alla normalita'.
Del resto, il monaco-abate di Phetchaburi ce l'aveva detto: il re va matto per i carciofi e lui glieli ha portati appositamente, di ritorno dal suo viaggio in Italia. Servono anche a lui, contro il logorio del potere...
Falsi thai
Cosi' come gia' capitato con la mela cannella, non e' facile orientarsi tra apparenza e sostanza di cio' che non appartiene al nostro universo linguistico e culinario. A confonderci sono anche le somiglianze tra cio' che vediamo per la prima volta e cio' che noi crediamo aver gia' sperimentato. E' cosi' che acquistiamo senza esitazione un tetrapak di foglia di banana (in genere contiene riso dolce) e ci troviamo dentro si' dello sticky rice, ma con in mezzo uovo, gamberi e maiale. Peccato che Gaia sia vegetariana e Ale voglia il dolce!
Poi, vendono ovunque finti sandwich che noi mai abbiamo acquistato, ma che ci hanno dato come colazione in un hotel: trattasi di tramezzino classico, con nulla dentro, ma una striscia colorata, esterna, tra le due fette che fa presagire una farcitura inesistente, quanto improbabile (color verde o arancione).
Oppure, compriamo, per variare un po', una cosa che sembra un mini panettoncino dolce, uguale uguale, giuriamo, ma dentro e' vuoto come la zucca di certi politici. E' pane normale "pittato" da panettoncino! Beh, almeno e' pane! E gli esempi potrebbero continuare...
Very Thai!
Lo studente thai e' l'essere piu' affamato che ci sia mai capitato di incontrare (noi esclusi!): in prossimita' di ogni scuola, di ogni ordine e grado, infatti, si radunano piccoli plotoni di venditori di strada, con ogni genere di prodotto che vengono letteralmente presi d'assalto all'entrata, all'intervallo e all'uscita degli studenti che comprano o consumano l'inverosimile. Quando siamo alla ricerca di un posto dove mangiare, per la scelta ci affidiamo spesso alla presenza di studenti, generalmente garanzia di qualita' (e abbondanza!).
Matti per la bici
L'abbiamo detto: la citta' fa male. Per Ale, l'hotel di B e' del genere "per occidentali stronzi, tutto lustro, in legno e nello stile finto orientale che gli occidenatli pensano sia l'autentico orientale". Gaia se ne innamora subito. Dice che si sta bene, e' silenzioso e poi si sentono gli uccellini e i galli all'alba. Certo, a volte, a disturbare sono gli ospiti (la mattina della nostra partenza ce n'era uno che dormiva sui tappetini davanti ai cessi, completamente ubriaco). Uno di questi e' il compagno di Gaia.
E' buio: Gaia viene svegliata da un rumore ripetitivo, a lei noto. Mezza addormentata, le pare di sentire... ma si e' proprio cosi', il rumore della pompetta della bici! Nell'oscurita' chiede (interrogativa retorica) al compagno di vita: "Ma cosa stai facendo?!" e lui: "Sono io, Gaia" (e chi cavolo poteva essere!). Sta gonfiando la camera d'aria che ha cambiato per la terza volta in poche ore; un problema che, evidentemente, come si suol dire, non lo faceva dormire!
Ratatouille
Ad uno degli incroci piu' incasinati che incontriamo in uscita da B, fermi al semaforo, un topolino passa svelto tra le ruote delle bici e poi, con agitazione, ma accortezza, attraversa ben tre volte tre differenti carreggiate. Lui ce l'ha fatta e questo ci da speranza. Noi speriamo che ce la caviamo...
Ma che ci fanno i miei capelli qui?
La fermata nella citta' partrimonio UNESCO di Ayutthaya meritava la deviazione. Per Gaia e' fin'ora, la sua citta' thai preferita, coi suoi canali che circondano la parte archeologica con i resti dei templi khmer e non solo.
Il mercato serale e' un'esplosione di specialita' locali piu' che nazionali (anche se Ale si butta sullo stall dei gamberoni alla brace).. Gia' lungo la strada, prima di entrare in citta' notiamo sacchettoni trasparenti colmi di quelli che ad Ale sembrano spaghetti colorati, a Gaia "stringhe" dolci per bambini (vedi paragrafo: Finti thai...). Ovviamente, non possiamo esimerci dall'assaggiarli, oltretutto costano pochissimo. Dopo infruttuosi tentativi di richiesta su cosa siano (come sempre!), viene in nostro aiuto una thai English speaking che ci spiega che sono il "ripieno" di crespelle con cui vengono venduti e che sono di vari sapori (da cui i vari colori). In pratica, sono una sorta di zucchero filato, che pero' ha la consistenza del crine di cavallo, dei capelli di Gaia, insomma. Li si mangia volentieri, canticchiando un motivetto dei tempi della nonna di Gaia ("Non e' un capello, ma un crine di cavallo uscito da un gilet...").
Chicchiricchi
Anche qui, come gia' altrove, nei templi c'e' un tripudio di statuette di galli, ma qui davvero hanno esagerato: ce ne sono di dimensioni faraoniche. Vale la visita il wat Yai Chai Mongkul per poter ammirare: il gallo in gesso piu' alto del mondo (secondo noi!, Ale non gli arriva che al petto); il gallo Versace (tutto lustrini e specchietti d'oro o d'argento); il gallo nazionalista (con la coda aperta e un sole con i colori della bandiera sopra).
A noi ricorda tanto il personaggio della nota pubblicita' di un riso italiano e puo' essere il regalo ideale per ogni suocera.
Procediamo ora spediti (forse) in direzione Laos, il visto thai ci scade tra meno di 3 settimane!
lunedì 21 settembre 2009
Partiti per la tangente
Chiunque sappia un po' di dinamica o semplicemente ami i proverbi (come Gaia), sa che partire per la tangente significa fondamentalmente che, nonostante tu voglia andare in un certo posto, c'e' il rischio di finire in un altro: beh, e' quello che ci e' successo.
Sconfitto il parassita che caminava con passo marziale sotto la pelle della gamba di Ale, abbiamo deciso di ritardare un po' l'ingresso nella megalopoli e proseguito il nostro pedalare a ridosso della Birmania/Myanmar e della sua dittatura militare per arrivare quasi al Passo delle Tre Pagode. Insomma, ci siamo fermati a Kanchanaburi e da li' siamo ridiscesi. Oggi siamo a 50 km da Bangkok e davvero domani cercheremo di entrarci. A dio piacendo, ovviamente. In questi mesi stanno succedendo cosi' tante cose che non siamo piu' certi di nulla, nemmeno delle piu' semplici. ma riprendiamo da dove avevamo lasciato.
Con la scimmia sulla schiena
Lasciamo Chumphon con un solo, apparentemente semplice, obiettivo: seguire la costa est. La pioggia scende copiosa, ma solo per i primi km, cedendo poi il posto ad un sole di quelli che ti fanno dimenticare tutto. Percoriamo stradine secondarie che ci avvicinano e allontanano dal mare, regalandoci pero' scorci da documentario. Dall'alto di uno dei templi piu' kitsch mai visti neppure in India (tra le statue, due occidentali con occhiali da sole!), intravediamo un'enorme baia circondata, quasi chiusa, da enormi falesie. Sembra la Polinesia e decidiamo di vedere se li' giu' c'e' da dormire. All'imbocco di una stradina semi asfaltata, a gesti, chiediamo ad un local se ci sia da dormire. Lui ci risponde di si' e la imbocchiamo. Dopo vari km, ci ritroviamo in un villaggio di pescatori piuttosto povero e non dotato di alcuna infrastruttura turistica, ne' del solito posto dove anche i locals mangiano. Chiediamo ancora e ci dicono che li' in fondo un posto per dormire c'e' per davvero. Tra le barche in secca, un complesso di bungalow c'e', ma a prezzi inavvicinabili nonostante siamo fuori stagione e gli unici turisti. Ovviamente non parlano inglese. Chiediamo se c'e' un'altra sistemazione (sempre a gesti) e finalmente ci viene mostrata una stanza che decidiamo di prendere: la baia davvero merita e la casa, tutta in legno con architettura tradizionale thai, anche. Il prezzo e' alla portata anche delle nostre tasche. Il bagno e' pero' fuori. Godiamo di un tramonto meravigliosamente rosso sulla spiaggia e riusciamo anche ad ordinare da mangiare, cosa, vi garantiamo, non semplice. La stellata, in un luogo quasi senza energia elettrica, e' di come non ne vedevamo da tempo. Le uniche luci sono quelle delle lampare dei pescatori del villaggio li' accanto. L'alba e' altrettanto magica, tanto che decidiamo di ritardare la partenza per passeggiare con la bassa marea.
Il sole, qui dove la stagione delle pioggie non e' ancora incominciata, e' bollente. Siamo finalmente accompagnati da un uccello interessante che ha sulle ali una V turchese; non ha il canto del kokaburra, ma ci regala un po' di colore. Siamo in una zona famosa perche' si trova lungo la rotta migratoria di numerosi uccelli, ma non e' ancora il tempo per poterseli godere e di locali non sembrano essercene molti, a parte i merli indiani....
Ci fermiamo nella baia di Bang Saphan dove fuori dal nostro bungalow scorazzano scoiattoli color antracite e in bagno appare, piuttosto restio ad andarsene, un ragnone formato australiano. Gaia lo allontana a distanza di sicurezza con un po' d'acqua.
Lungo la strada, il traffico e' sporadico, molto locale: ad un certo, punto il classico vespino ci supera. Pero', al posto del tipico secondo passeggero, dietro, seduta e attaccata al guidatore come se non facese altro da sempre, c'e' una scimmia. E' un lavoratore che sta andando dove deve andare e usa il mezzo che piu' gli vien comodo. E' un primate fortunato: un lavoro ce l'ha e puo' permettersi di andarci in moto.
Topaia heritage
Per raggiungere Prachuap Khiri Khan, passiamo ancora per baie incantevoli e resort davvero esclusivi che paiono vuoti. Ma ad un certo punto, anche questa strada da sogno finisce e siamo costretti e riprendere la tremenda autostrada.
Andiamo velocissimi e ci fermiamo in un ristorante per camionisti dove, pur non parlando inglese, sono interessati a comunicare con noi e dunque ci servono quello che chiediamo!
Qui, dalla costa al confine birmano, ci sono meno di 11 km e poco prima da costa a costa
la terra e' larga solo 50 km ca. (infatti si parla da piu' di un secolo di costruire un canale stile quello di Suez, indovinate chi lo vuole con forza?).
Qui c'e' un lungomare che sembra la Promenade des Inglais di Nizza dalla quale si gode un panorama notevole sulle due isole di fronte che ammiriamo con il surplus di un doppio arcobaleno, visto che un temporale le sta bagnando.
Al mercato acquistiamo una simil marmellata in secchiello di plastica (su insistenza di Ale): e' alla simil guava ed e' simil dolce. In pratica, mangi solo nocciolini. Per tanti giorni. Ogni mattina, Gaia maledice Ale. E crocchia gandolini sul pane.
Costeggia che ti costeggia, nel vano tentativo di scampare all'autostrada, arriviamo alla baia di Ao Noi e ci facciamo anche un po' di sterrato (quante urla, Ale! e dove mi hai portato, e le gomme si rovinano e le camere d'aria si bucano...), poi una sorta di tunnel che passa sotto i binari feroviari (Ale deve piegare il capoccione per passarci sotto!) ci fa riemergere sull'asfalto in corrispondenza di una piccola stazione ferroviaria. La baia e' bella e il villaggio di pescatori-costruttori di barche di legno tradizionali pittoresco come da copione. E' in fase di edificazione un grande wat con case per i monaci. O un resort che riprende la forma dei templi.
Alle 12, Gaia si vuole fermare per il pranzo, mentre Ale ancora non ha digerito la colazione. Si contratta e alle 12.01 si pranza. Dopo il temporale di rito, entriamo nel traffico esagerato di Hua Hin.
La citta' e' molto piu' turistica di come ce l'aspettiamo e forse per fuggire all'occidentalizzazione selvaggia delle vie centrali, scegliamo di soggiornare in un alberghetto che, come quello di Phang Nga, e' apparentemente chiuso, in realta' aperto in ristrutturazione. Vi si entra montando su due assi parallele. Sotto, il mare, che si intravede nei buchi del pavimento dei corridoi. L'edificio merita di inaugurare la nuova categoria di topaia heritage in quanto in teak e di almeno un secolo. La stanza e' angusta, il tetto di asbesto, ma la vista e' la stessa dell'Hilton che rovina la baia, li' accanto.
Il night market e' molto tourist-oriented e poco verace. Infatti, lo stesso dolce di cocco che mangiamo in tutte le citta', qui e' venduto in mezza noce di cocco. Cosi' i turisti zucconi capiscono cos'e'!
L'attrazione principale e' l'antica stazione feroviaria con attigua sala d'attesa reale.
La vicina cittadina marina di Cha-am e' invece molto meno frequentata da occidentali e somiglia molto alle nostre stazioni balneari per famiglie della Liguria.
Mangiamo alberi
Ci portano a Phetchaburi gli ultimi tratti di strada costiera o simil costiera che ancora riusciamo a seguire. Passiamo per zone palustri, risaie, saline abitate da stormi interi di aironi e altri trampolieri. Abbiamo anche la fortuna di vedere numerose cicogne, con il loro volo pesante. Qui ad ottobre e' il paradiso dei birdwatchers.
La citta' e' un insieme splendido di case in teak e complessi monastici (ne citiamo uno, il wat Mahathat) piu' o meno antichi. Sembra completamente ignorata dai turisti. Tant'e' che, quando entriamo in uno dei templi centrali, un abate che parla inglese ed e' stato in Italia, ci fa strada, mostrandoci anche alcune delizie artistiche nascoste dietro le porte di un tempio e gli edifici di 500 anni fa sopravissuti agli assalti birmani. Ci ricorda che la Via Mediana e' quella da seguire secondo gli insegnamenti del Buddha: essere troppo felici non va bene, si rischia di cadere nella depressione non appena capita qualcosa. Essere troppo tristi, nemmeno: si rischia di rimanere inerti, paralizzati dal dolore. Mangiare troppo, non va bene, cosi' come digiunare. Dobbiamo cercare il giusto equilibrio.. E' difficile, ma dobbiamo provarci. Tutto non e', in fondo, che preparazione alla morte.
Prima di lasciarci alle 17 per la preghiera, ci mostra la zona residenziale dei monaci: tutto in legno, regna una incredibile tranquillita', come mostra un gattone dormiente.
Per noi ciclisti, il giusto equilibrio rispetto alla dieta, e' cosa impossibile da rispettarsi. Abbiamo sempre una fame atavica e anche in questa citta' proviamo le cose nuove che le signore del mercato offrono sulle loro bancarelle tentatrici: Ale pranza a base di albero di palma da zucchero e Gaia con il fiore di banano che da tanti anni voleva provare. Il tutto accompagnato da una quantita' di riso che lasciamo ad altri giudicare se sia confacente alla Via Mediana.
Ci sono anche alcuni templi trogloditi, infestati da scimmie, con pochi fedeli perche' gestiti da religiose (anziche' religiosi) che qui valgono meno e quindi nessuno e' interessato a rendergli omaggio.
Il vero gioiello architettonico e' costituito dalla collina alle porte della citta', interamente occupata da numerosi edifici reali, purtroppo caduti in abbandono, ma in parte per fortuna recuperati. Dalla cima si gode un panorama incredibile su citta' e colline circostanti.
Inglese broccolino
Siamo stanchi. Ma stanchi stanchi. Non sappiamo se sia il caldo, davvero aspro prima dell'arrivo del monsone, o l'umidita' che porta con se', i tanti km macinati o forse le notizie che arrivano dall'Italia, ma la mattina rispettare la sveglia delle 6 e' difficile e la sera le occhiaie sono profonde. Nel tentativo, l'ennesimo, di evitare lo stradone che aumenta la stanchezza, raddoppiando lo stress, decidiamo di allungare la strada seguendone una che e' cosi' sperduta che una macchina (una delle due che vediamo) si ferma e ci chiede dove stiamo andando. Qui e' zeppo solo di cani, che come sempre ci abbaiano e inseguono se non ci fermiamo subito per tenerli a bada.. Non c'e' asfalto, ma risaie, campi, canali, case di foglie di banano e tantissimi uccelli palustri: i paesaggi dell'Oriente da depliant turistico dove pero' i turisti non ci sono mai.
Dopo molti km, pero', ci troviamo alle porte del wat Tham Khao Yoi, un tempio troglodita zeppo di pellegrini buddisti, neppure citato dalle guide. Forse e' dedicato alle scimmie, perche' i fedeli acquistano per loro del mais che poi gli gettano. La grotta inferiore e' anche qui gestita da monache, come se le donne fossero state relegate alle grotte. Non le abbiamo viste in templi normali, fin'ora.
Tornati inevitabilmente in autostrada, ci aspetta per la nostra delizia, un cartello enorme, di quelli ufficiali dell'ente stradale: Exit. Keep lift (anziche' sinistra, left, hanno scritto ascensore!). Acquistiamo poi del pane che anziche' essere il piu' comune per sandwich, e' un pane molto speciale fatto di... strega di sabbia (sandwitch)! Questo per dire dei problemi con l'inglese che ci sono qui, nonostante l'afflusso turistico.
E' qui che decidiamo, anziche' svoltare a destra per Bangkok, di raggiungere Ratchaburi, una citta' che per il suo mercato notturno merita la deviazione.
L'hotel, contro ogni previsione, e' splendido e ci regala un sonno finalmente comodo.
La strada e' costellata di siepi tagliate in foggia di animale, anche di quelli preistorici ed esotici (giraffa!), come se il personaggio del film di Tim Burton fosse passato di qui: vince il premio verosimiglianza il canguro che bruca.
Tre tigri contro tre tigri
Ci spostiamo ancora piu' ad ovest, per raggiungere Kanchanaburi che al centro di una serie incredibile di attrazioni naturali e non e che ospita il tristemente noto ponte sul fiume Kwae (da cui il famoso film).
Per riprenderci un po', decidiamo di fermarci tre notti e di affidarci a mezzi altri per visitare un po' questa zona. Siamo soprattutto attratti dal monastero delle tigri e dalla possibilita' di effettuare un giro in elefante, visto che qui ancora sono numerosi e vengono utilizzati anziche' per l'industria del legno (ormai meccanizzata), per quella turistica.
Dalla descrizione, il Tiger temple (Wat Luanga Ta Bua Yanna Sampanno) e' un luogo che da anni offre rifugio alle tigri ed altri animali in difficolta' (perche' sottratti per varie ragione al loro ambiente naturale) dove le tigri coabitano con i monaci e si possono toccare e vedere da vicino. In realta', si rivela un'impresa turistica enorme, dove vediamo solo tigri alla catena e una pletora di personale poco capace a trattare i felini, mentre alcuni monaci paiono piu' sadici che buddisti. Tutti sembrano intenti a mostrare e a mostrarsi al pubblico pagante, quasi fossero domatori e strattonano in malo modo le bestie. L'approccio amorevole dell'Australian Zoo ci pare molto lontano, cosi' come molto lontano ci pare l'obiettivo (dichiarato) di rimettere le bestie in liberta' almeno i nuovi nati.
Pero' le tigri le tocchiamo. Siamo tristi per lo spettacolo che offrono, per il loro doversi mettere in mostra, come al circo, anche nelle ore piu' calde del giorno quando vorrebbero dormire al riparo della foresta. Per questo, con tanto amore e speranza, diamo le nostre carezze sulla loro ruvida pelliccia di fiere. Lasciando stupito il personale perche' non vogliamo essere fotografati. Sembra di essere tornati agli anni '70, quando chiunque poteva disporre di animali esotici come piu' gli pareva...
E' con il cuore stretto che torniamo in stanza, sperando che non si ripeta lo stesso penoso spettacolo il giorno dopo, al campo degli elefanti.
Il giro sul bestiolone e' prorpio bello, certo non come lo sarebbe farci un serio trekking di giorni, ma emozionante. Gli elefanti sono trattati bene dai loro guardiani-fantini e volentieri ti portano in giro, anche se vorrebbero mangiarsi qualche ramo di acacia in piu'. Mr. Tuffy ad un certo punto diventa mahut e, lasciato il sedile, si mette a cavalcioni sulla testa del pachiderma e, nonostante la grande paura, soprattutto di cadere, tiene le posizioni e porta Gaia al campo base! e l'elefante alla sua pappa meritata. Certo, i mahut non sembrano ricchi, a giudicare dalle case di paglia dove ancora vivono con le loro famiglie. Qualcuno guadagna dai giri piu' di loro...
Una zattera fatta di bambu' scivola dolcemente per un tratto del Kwae. Proseguiamo poi in van per le spettacolari cascate di Erawan (o dell'elefante a tre teste), che sono per bellezza, ci dicono, le seste in Thailandia. Il trekking per vedere i loro sette livelli e' una piacevole salita della collina dove, quasi ad ogni livello, meravigliose pozze di acqua lattiginosa ti aspettano invitanti con i loro 27 gradi di freschezza. Ad un livello, una doccia naturale da film ti si offre, mentre al quinto livello ci si puo' tuffare o utilizzare uno scoglio come scivolo, tanto e' liscia la pietra. Solo i pesci che fanno il peeling, non appena posi il piede sul fondo, costituiscono un piccolo fastidio in questo paradiso, preso d'assalto anche dalle famiglie thai in quanto e' domenica.
La giornata si conclude con la visita alla Krasae cave, dove numerosi prigionieri della II guerra mondiale venivano ricoverati e morivano di stenti e malattie, un tratto lungo la ferrovia della morte (cosi' chiamata perche' un numero spaventoso di soldati perirono durante la sua costruzione) e il tramonto sul ponte del Kwae che piu' che rendere omaggio ai morti, e' un concentrato di bancarelle di ogni tipo, comprese quelle di cd musicali sparati a tutto volume.
Insomma, Kacha e' una piacevole cittadina sul fiume, in una zona della Thailandia, ai confini con la Birmania, dove potresti stare settimane senza mai annoiarti, anche solo per i paesaggi che offre.
La tappa successiva ci vede arrivare, con una media straordinaria (ci siamo riposati!) a Nakhon Pathom dove c'e lo stupa piu' alto al mondo (!). E' dove rubano, fuori da un tempio, a Gaia.
Sconfitto il parassita che caminava con passo marziale sotto la pelle della gamba di Ale, abbiamo deciso di ritardare un po' l'ingresso nella megalopoli e proseguito il nostro pedalare a ridosso della Birmania/Myanmar e della sua dittatura militare per arrivare quasi al Passo delle Tre Pagode. Insomma, ci siamo fermati a Kanchanaburi e da li' siamo ridiscesi. Oggi siamo a 50 km da Bangkok e davvero domani cercheremo di entrarci. A dio piacendo, ovviamente. In questi mesi stanno succedendo cosi' tante cose che non siamo piu' certi di nulla, nemmeno delle piu' semplici. ma riprendiamo da dove avevamo lasciato.
Con la scimmia sulla schiena
Lasciamo Chumphon con un solo, apparentemente semplice, obiettivo: seguire la costa est. La pioggia scende copiosa, ma solo per i primi km, cedendo poi il posto ad un sole di quelli che ti fanno dimenticare tutto. Percoriamo stradine secondarie che ci avvicinano e allontanano dal mare, regalandoci pero' scorci da documentario. Dall'alto di uno dei templi piu' kitsch mai visti neppure in India (tra le statue, due occidentali con occhiali da sole!), intravediamo un'enorme baia circondata, quasi chiusa, da enormi falesie. Sembra la Polinesia e decidiamo di vedere se li' giu' c'e' da dormire. All'imbocco di una stradina semi asfaltata, a gesti, chiediamo ad un local se ci sia da dormire. Lui ci risponde di si' e la imbocchiamo. Dopo vari km, ci ritroviamo in un villaggio di pescatori piuttosto povero e non dotato di alcuna infrastruttura turistica, ne' del solito posto dove anche i locals mangiano. Chiediamo ancora e ci dicono che li' in fondo un posto per dormire c'e' per davvero. Tra le barche in secca, un complesso di bungalow c'e', ma a prezzi inavvicinabili nonostante siamo fuori stagione e gli unici turisti. Ovviamente non parlano inglese. Chiediamo se c'e' un'altra sistemazione (sempre a gesti) e finalmente ci viene mostrata una stanza che decidiamo di prendere: la baia davvero merita e la casa, tutta in legno con architettura tradizionale thai, anche. Il prezzo e' alla portata anche delle nostre tasche. Il bagno e' pero' fuori. Godiamo di un tramonto meravigliosamente rosso sulla spiaggia e riusciamo anche ad ordinare da mangiare, cosa, vi garantiamo, non semplice. La stellata, in un luogo quasi senza energia elettrica, e' di come non ne vedevamo da tempo. Le uniche luci sono quelle delle lampare dei pescatori del villaggio li' accanto. L'alba e' altrettanto magica, tanto che decidiamo di ritardare la partenza per passeggiare con la bassa marea.
Il sole, qui dove la stagione delle pioggie non e' ancora incominciata, e' bollente. Siamo finalmente accompagnati da un uccello interessante che ha sulle ali una V turchese; non ha il canto del kokaburra, ma ci regala un po' di colore. Siamo in una zona famosa perche' si trova lungo la rotta migratoria di numerosi uccelli, ma non e' ancora il tempo per poterseli godere e di locali non sembrano essercene molti, a parte i merli indiani....
Ci fermiamo nella baia di Bang Saphan dove fuori dal nostro bungalow scorazzano scoiattoli color antracite e in bagno appare, piuttosto restio ad andarsene, un ragnone formato australiano. Gaia lo allontana a distanza di sicurezza con un po' d'acqua.
Lungo la strada, il traffico e' sporadico, molto locale: ad un certo, punto il classico vespino ci supera. Pero', al posto del tipico secondo passeggero, dietro, seduta e attaccata al guidatore come se non facese altro da sempre, c'e' una scimmia. E' un lavoratore che sta andando dove deve andare e usa il mezzo che piu' gli vien comodo. E' un primate fortunato: un lavoro ce l'ha e puo' permettersi di andarci in moto.
Topaia heritage
Per raggiungere Prachuap Khiri Khan, passiamo ancora per baie incantevoli e resort davvero esclusivi che paiono vuoti. Ma ad un certo punto, anche questa strada da sogno finisce e siamo costretti e riprendere la tremenda autostrada.
Andiamo velocissimi e ci fermiamo in un ristorante per camionisti dove, pur non parlando inglese, sono interessati a comunicare con noi e dunque ci servono quello che chiediamo!
Qui, dalla costa al confine birmano, ci sono meno di 11 km e poco prima da costa a costa
la terra e' larga solo 50 km ca. (infatti si parla da piu' di un secolo di costruire un canale stile quello di Suez, indovinate chi lo vuole con forza?).
Qui c'e' un lungomare che sembra la Promenade des Inglais di Nizza dalla quale si gode un panorama notevole sulle due isole di fronte che ammiriamo con il surplus di un doppio arcobaleno, visto che un temporale le sta bagnando.
Al mercato acquistiamo una simil marmellata in secchiello di plastica (su insistenza di Ale): e' alla simil guava ed e' simil dolce. In pratica, mangi solo nocciolini. Per tanti giorni. Ogni mattina, Gaia maledice Ale. E crocchia gandolini sul pane.
Costeggia che ti costeggia, nel vano tentativo di scampare all'autostrada, arriviamo alla baia di Ao Noi e ci facciamo anche un po' di sterrato (quante urla, Ale! e dove mi hai portato, e le gomme si rovinano e le camere d'aria si bucano...), poi una sorta di tunnel che passa sotto i binari feroviari (Ale deve piegare il capoccione per passarci sotto!) ci fa riemergere sull'asfalto in corrispondenza di una piccola stazione ferroviaria. La baia e' bella e il villaggio di pescatori-costruttori di barche di legno tradizionali pittoresco come da copione. E' in fase di edificazione un grande wat con case per i monaci. O un resort che riprende la forma dei templi.
Alle 12, Gaia si vuole fermare per il pranzo, mentre Ale ancora non ha digerito la colazione. Si contratta e alle 12.01 si pranza. Dopo il temporale di rito, entriamo nel traffico esagerato di Hua Hin.
La citta' e' molto piu' turistica di come ce l'aspettiamo e forse per fuggire all'occidentalizzazione selvaggia delle vie centrali, scegliamo di soggiornare in un alberghetto che, come quello di Phang Nga, e' apparentemente chiuso, in realta' aperto in ristrutturazione. Vi si entra montando su due assi parallele. Sotto, il mare, che si intravede nei buchi del pavimento dei corridoi. L'edificio merita di inaugurare la nuova categoria di topaia heritage in quanto in teak e di almeno un secolo. La stanza e' angusta, il tetto di asbesto, ma la vista e' la stessa dell'Hilton che rovina la baia, li' accanto.
Il night market e' molto tourist-oriented e poco verace. Infatti, lo stesso dolce di cocco che mangiamo in tutte le citta', qui e' venduto in mezza noce di cocco. Cosi' i turisti zucconi capiscono cos'e'!
L'attrazione principale e' l'antica stazione feroviaria con attigua sala d'attesa reale.
La vicina cittadina marina di Cha-am e' invece molto meno frequentata da occidentali e somiglia molto alle nostre stazioni balneari per famiglie della Liguria.
Mangiamo alberi
Ci portano a Phetchaburi gli ultimi tratti di strada costiera o simil costiera che ancora riusciamo a seguire. Passiamo per zone palustri, risaie, saline abitate da stormi interi di aironi e altri trampolieri. Abbiamo anche la fortuna di vedere numerose cicogne, con il loro volo pesante. Qui ad ottobre e' il paradiso dei birdwatchers.
La citta' e' un insieme splendido di case in teak e complessi monastici (ne citiamo uno, il wat Mahathat) piu' o meno antichi. Sembra completamente ignorata dai turisti. Tant'e' che, quando entriamo in uno dei templi centrali, un abate che parla inglese ed e' stato in Italia, ci fa strada, mostrandoci anche alcune delizie artistiche nascoste dietro le porte di un tempio e gli edifici di 500 anni fa sopravissuti agli assalti birmani. Ci ricorda che la Via Mediana e' quella da seguire secondo gli insegnamenti del Buddha: essere troppo felici non va bene, si rischia di cadere nella depressione non appena capita qualcosa. Essere troppo tristi, nemmeno: si rischia di rimanere inerti, paralizzati dal dolore. Mangiare troppo, non va bene, cosi' come digiunare. Dobbiamo cercare il giusto equilibrio.. E' difficile, ma dobbiamo provarci. Tutto non e', in fondo, che preparazione alla morte.
Prima di lasciarci alle 17 per la preghiera, ci mostra la zona residenziale dei monaci: tutto in legno, regna una incredibile tranquillita', come mostra un gattone dormiente.
Per noi ciclisti, il giusto equilibrio rispetto alla dieta, e' cosa impossibile da rispettarsi. Abbiamo sempre una fame atavica e anche in questa citta' proviamo le cose nuove che le signore del mercato offrono sulle loro bancarelle tentatrici: Ale pranza a base di albero di palma da zucchero e Gaia con il fiore di banano che da tanti anni voleva provare. Il tutto accompagnato da una quantita' di riso che lasciamo ad altri giudicare se sia confacente alla Via Mediana.
Ci sono anche alcuni templi trogloditi, infestati da scimmie, con pochi fedeli perche' gestiti da religiose (anziche' religiosi) che qui valgono meno e quindi nessuno e' interessato a rendergli omaggio.
Il vero gioiello architettonico e' costituito dalla collina alle porte della citta', interamente occupata da numerosi edifici reali, purtroppo caduti in abbandono, ma in parte per fortuna recuperati. Dalla cima si gode un panorama incredibile su citta' e colline circostanti.
Inglese broccolino
Siamo stanchi. Ma stanchi stanchi. Non sappiamo se sia il caldo, davvero aspro prima dell'arrivo del monsone, o l'umidita' che porta con se', i tanti km macinati o forse le notizie che arrivano dall'Italia, ma la mattina rispettare la sveglia delle 6 e' difficile e la sera le occhiaie sono profonde. Nel tentativo, l'ennesimo, di evitare lo stradone che aumenta la stanchezza, raddoppiando lo stress, decidiamo di allungare la strada seguendone una che e' cosi' sperduta che una macchina (una delle due che vediamo) si ferma e ci chiede dove stiamo andando. Qui e' zeppo solo di cani, che come sempre ci abbaiano e inseguono se non ci fermiamo subito per tenerli a bada.. Non c'e' asfalto, ma risaie, campi, canali, case di foglie di banano e tantissimi uccelli palustri: i paesaggi dell'Oriente da depliant turistico dove pero' i turisti non ci sono mai.
Dopo molti km, pero', ci troviamo alle porte del wat Tham Khao Yoi, un tempio troglodita zeppo di pellegrini buddisti, neppure citato dalle guide. Forse e' dedicato alle scimmie, perche' i fedeli acquistano per loro del mais che poi gli gettano. La grotta inferiore e' anche qui gestita da monache, come se le donne fossero state relegate alle grotte. Non le abbiamo viste in templi normali, fin'ora.
Tornati inevitabilmente in autostrada, ci aspetta per la nostra delizia, un cartello enorme, di quelli ufficiali dell'ente stradale: Exit. Keep lift (anziche' sinistra, left, hanno scritto ascensore!). Acquistiamo poi del pane che anziche' essere il piu' comune per sandwich, e' un pane molto speciale fatto di... strega di sabbia (sandwitch)! Questo per dire dei problemi con l'inglese che ci sono qui, nonostante l'afflusso turistico.
E' qui che decidiamo, anziche' svoltare a destra per Bangkok, di raggiungere Ratchaburi, una citta' che per il suo mercato notturno merita la deviazione.
L'hotel, contro ogni previsione, e' splendido e ci regala un sonno finalmente comodo.
La strada e' costellata di siepi tagliate in foggia di animale, anche di quelli preistorici ed esotici (giraffa!), come se il personaggio del film di Tim Burton fosse passato di qui: vince il premio verosimiglianza il canguro che bruca.
Tre tigri contro tre tigri
Ci spostiamo ancora piu' ad ovest, per raggiungere Kanchanaburi che al centro di una serie incredibile di attrazioni naturali e non e che ospita il tristemente noto ponte sul fiume Kwae (da cui il famoso film).
Per riprenderci un po', decidiamo di fermarci tre notti e di affidarci a mezzi altri per visitare un po' questa zona. Siamo soprattutto attratti dal monastero delle tigri e dalla possibilita' di effettuare un giro in elefante, visto che qui ancora sono numerosi e vengono utilizzati anziche' per l'industria del legno (ormai meccanizzata), per quella turistica.
Dalla descrizione, il Tiger temple (Wat Luanga Ta Bua Yanna Sampanno) e' un luogo che da anni offre rifugio alle tigri ed altri animali in difficolta' (perche' sottratti per varie ragione al loro ambiente naturale) dove le tigri coabitano con i monaci e si possono toccare e vedere da vicino. In realta', si rivela un'impresa turistica enorme, dove vediamo solo tigri alla catena e una pletora di personale poco capace a trattare i felini, mentre alcuni monaci paiono piu' sadici che buddisti. Tutti sembrano intenti a mostrare e a mostrarsi al pubblico pagante, quasi fossero domatori e strattonano in malo modo le bestie. L'approccio amorevole dell'Australian Zoo ci pare molto lontano, cosi' come molto lontano ci pare l'obiettivo (dichiarato) di rimettere le bestie in liberta' almeno i nuovi nati.
Pero' le tigri le tocchiamo. Siamo tristi per lo spettacolo che offrono, per il loro doversi mettere in mostra, come al circo, anche nelle ore piu' calde del giorno quando vorrebbero dormire al riparo della foresta. Per questo, con tanto amore e speranza, diamo le nostre carezze sulla loro ruvida pelliccia di fiere. Lasciando stupito il personale perche' non vogliamo essere fotografati. Sembra di essere tornati agli anni '70, quando chiunque poteva disporre di animali esotici come piu' gli pareva...
E' con il cuore stretto che torniamo in stanza, sperando che non si ripeta lo stesso penoso spettacolo il giorno dopo, al campo degli elefanti.
Il giro sul bestiolone e' prorpio bello, certo non come lo sarebbe farci un serio trekking di giorni, ma emozionante. Gli elefanti sono trattati bene dai loro guardiani-fantini e volentieri ti portano in giro, anche se vorrebbero mangiarsi qualche ramo di acacia in piu'. Mr. Tuffy ad un certo punto diventa mahut e, lasciato il sedile, si mette a cavalcioni sulla testa del pachiderma e, nonostante la grande paura, soprattutto di cadere, tiene le posizioni e porta Gaia al campo base! e l'elefante alla sua pappa meritata. Certo, i mahut non sembrano ricchi, a giudicare dalle case di paglia dove ancora vivono con le loro famiglie. Qualcuno guadagna dai giri piu' di loro...
Una zattera fatta di bambu' scivola dolcemente per un tratto del Kwae. Proseguiamo poi in van per le spettacolari cascate di Erawan (o dell'elefante a tre teste), che sono per bellezza, ci dicono, le seste in Thailandia. Il trekking per vedere i loro sette livelli e' una piacevole salita della collina dove, quasi ad ogni livello, meravigliose pozze di acqua lattiginosa ti aspettano invitanti con i loro 27 gradi di freschezza. Ad un livello, una doccia naturale da film ti si offre, mentre al quinto livello ci si puo' tuffare o utilizzare uno scoglio come scivolo, tanto e' liscia la pietra. Solo i pesci che fanno il peeling, non appena posi il piede sul fondo, costituiscono un piccolo fastidio in questo paradiso, preso d'assalto anche dalle famiglie thai in quanto e' domenica.
La giornata si conclude con la visita alla Krasae cave, dove numerosi prigionieri della II guerra mondiale venivano ricoverati e morivano di stenti e malattie, un tratto lungo la ferrovia della morte (cosi' chiamata perche' un numero spaventoso di soldati perirono durante la sua costruzione) e il tramonto sul ponte del Kwae che piu' che rendere omaggio ai morti, e' un concentrato di bancarelle di ogni tipo, comprese quelle di cd musicali sparati a tutto volume.
Insomma, Kacha e' una piacevole cittadina sul fiume, in una zona della Thailandia, ai confini con la Birmania, dove potresti stare settimane senza mai annoiarti, anche solo per i paesaggi che offre.
La tappa successiva ci vede arrivare, con una media straordinaria (ci siamo riposati!) a Nakhon Pathom dove c'e lo stupa piu' alto al mondo (!). E' dove rubano, fuori da un tempio, a Gaia.
mercoledì 16 settembre 2009
Parassiti
Faremo come se non ci fossero licenziamenti, la chiusura di servizi, persone che abusano della loro posizione, proprio come quelli che vogliono punire. La situazione della cooperativa Diapason e' infatti al momento critica. Senza alcun appiglio legale, il Comune di Milano ha infatti confermato la sospensione di alcuni progetti e sembra intenzionato a rescindere ogni contratto. Il 15 ottobre dara' una risposta definitiva. Noi incrociamo le dita, sperando nel meno peggio. In un Paese con una classe politica del nostro livello, non si puo' far altro. Non esiste alcun senso del bene pubblico e si perseguono solo i propri fini di parte. Qui in Thailandia, abbiamo visto parchi in cui sono a disposizione persino amache perche' la gente possa riposarsi e riparare dal caldo. Da noi alcuni sindaci tolgono le panchine (pubbliche) perche' altrimenti ci si siedono gli "extracomunitari". Cosi' per sedersi, andiamo tutti al bar (privato).
La mattina del giorno in cui il Comune comunica alla coop la sua decisione, ad Ale si stacca e distrugge l' "amuleto" che pendeva dal manubrio della sua bici; per alcuni e' un cattivo auspicio, per altri solo una conchiglia caduta.
Paradisi
Dalla magnifica spiaggia di Railay ci spostiamo sulla tristemente nota Ko Phi-phi, completamente distrutta dallo tsunami e risorta dalle proprie ceneri, quasi come se nulla fosse. Al punto da ricostruire anche dove lo stato ha vietato in quanto la zona e' particolarmente esposta a nuovi rischi di onda anomala.
Siamo fuori stagione e l'isola vede pochi turisti, cosi' usufruiamo dei prezzi bassi, della tranquillita' e della possibilita' di scegliere senza stress dove dormire. L'isola e' una meraviglia, ma davvero troppo costruita. Nonostante questo, ci sono ancora angoli di paradiso ed e' possibile fare passeggiate attraverso la sua foresta. Come per altri posti, pensiamo che la parola paradiso, dal momento in cui definisce un luogo, lo annienta per definizione: quando il paradiso e' scoperto, cessa di esserlo.
Lasciamo l'isola con un po' di rammarico per non averla esplorata fino in fondo, ma del resto dobbiamo pedalare: dopo due notti accompagnate dal gracchiare di rane e rospi ad altissimo volume e dal richiamo di un gufo fuori dalla nostra finestra, partiamo con un sole splendente che illumina la bellezza di questo arcipelago.
Di Krabi non resta che menzionare la nostra cuoca preferita del mercato notturno: una donnona di origini cinesi che canta mentre fa saltare con perizia nel suo wok le nostre ottime pietanze.
Zigzagando (fine)
Rimaniamo sulla costa ovest procedendo verso nord, per raggiungere Phang Nga su una strada che si snoda tra le falesie calcaree che caratterizzano questa zona della Thailandia. Poco prima di raggiungere la citta', un grosso pick-up ci affianca e ci chiede se vogliamo un passaggio per Phuket; decliniamo l'invito, noi non andiamo a Phuket. Stravolti dal caldo della mattinata, cerchiamo un hotel e dopo alcuni km di ricerca infruttuosa, arriviamo in uno che pare chiuso per ristrutturazione. E invece e' aperto in ristrutturazione pesanrte essendo completamente sventrato da un lato. Per descriverlo succintamente, diciamo che l'hotel non c'e', pero' la TV ha quaranta canali, tutti in thai, il cesso e' dotato di...piscina (lo scarico del lavandino cade direttamente a terra, sui piedi per la precisione e l'acqua non cola nel tubo di scarico}. E non siamo soli! un simpatico Gregor Samsa fa la ronda notturna e abbiamo il dolby surround (la mattina alle 5 ca. siamo svegliati da una musica a palla, sembrano canti cinesi: cesseranno solo alle 8!).
Il giorno dopo e' dedicato alla visita in long tail boat (le barche tipiche) al parco marino di Ao Phang Nga e all'omonima baia. Navighiamo tra gli stretti canali densi di vegetazione: qui c'e' infatti una foresta di mangrovie primaria. Oltre a queste importantissime piante, immersi per meta' nell'acqua, ci sono, oltre alle palme, altri tipi di albero di cui non sappiamo il nome, ma il cui frutto ricorda quello del baobab, una grossa palla bruna. Una volta entrati in mare aperto, isole-scoglio lussureggianti si ergono dall'oceano: queste falesie stanno alla Thailandia come gli iceberg stanno all'Islanda. Il paesaggio e' incantato, strano, bellissimo. Alcune grotte naturali sono attraversabili in barca, altre si possono esplorare solo in canoa, altre ancora sono visitabili a piedi sbarcando sulle loro strettissime spiaggette. Vediamo anche la famosa Khao Ping Kan, ribattezzata l'isola di James Bond dopo che vi hanno girato alcune scene di un film dello 007. Un posto incredibile, rovinato in parte da una fila di bancarelle che vendono pacchianata fatte, oltretutto, di conchiglie. Molto interessante e piu' reale il villaggio su palafitte di pescatori e le pitture rupestri vecchie di 3.000 anni che scorgiamo dalla barca.
Da Phang Nga, prendiamo la strada a nord, tra le montagne, per raggiungere Khao Sok , un altro parco nazionale questa volta in quota. Sembra che qui, oltre ad elefanti, tigri, orsi asiatici ed una pletora di altri splendidi animali, ve ne siano di altri favolosi come il macaco mangiatore di granchi (che vediamo sulla strada anche se siamo in montagna!!!) e il gatto pescatore (forse amico del gatto con gli stivali). Non vedremo nulla di tutto cio': Kaho Sok e' solo una tappa perche' qui piove molto e noi, che oltretutto non abbiamo piu' gli scarponi rispediti a casa dalla Malesia, con il trekking abbiamo dato. Almeno per un po'.
In questa giornata, causa pioggia, siamo costretti a ripararci sotto una tettoia prospicente una stazione di polizia che ci sorride curiosa, invitandoci poi a riposare al tavolo dove probabilmente gli agenti mangiano. Quando spiove e riprendiamo le bici, ci accorgiamo che abbiamo forato e utilizziamo il grande spazio coperto degli sbirri per cambiare la camera d'aria. Loro tanto stanno guardando la TV.
Anche il bungalow del parco si caratterizza per lo scarico a terra del lavandino che ad oggi e' diventata una certezza a prescindere dalla categoria dell'albergo (a parita' di prezzo stiamo, infatti, incontrando camere dalle caratteristiche molto diverse).
Dal fresco e piovoso del parco, dove con piacere mangiamo una zuppa calda e non usiamo il ventilatore, la mattina seguente scendiamo verso est, raggiungendo il paese di Phun Phin dove far tappa per poi riprendere a salire lungo la costa.
A differenza del giorno prima, possiamo godere del panorama, dato che non piove, con le montagne che si ergono nel loro splendore, le falesie anche qui dai picchi aguzzi o arrotondati, un rigoglio di vegetazione e fiumi in piena. Nonostante alcune piantagioni di alberi da gomma, qui la foresta sembra preservata.
La mia gamba destra
Questo paese, prospicente al piu' noto Surat Thani, si caratterizza per le rivendite stradali di abbigliamento e scarpe usate. A sentir la guida, potrebbero essere il frutto dei furti perpetrati in massa ai danni dei turisti diretti sulle isole dell'arcipelago di ko Samui, li' di fronte. Ale pero' ha rotto la sua scarpa destra, non trova il suo numero tra quelle nuove e percio' decidiamo di cercare tra queste in offerta. Ne acquistiamo un paio in attesa di trovarne di piu' adatte. Qui sostiamo in un ottimo hotel tipo motel che ci offre una stanza bellissima e con vasca da bagno che subito accettiamo visto che il bucato si e' accumulato da giorni.
Nel frattempo, la ferita del morso piu' profondo di sanguisuga (resto dell'ultimo trekking) si e' infettata, o almeno cosi' crediamo e a nulla serve la crema antibiotica che da piu' di una settimana applichiamo. Il sospetto di Ale si fa certezza dopo che Gaia legge sulla guida dei sintomi di un'infestazione da parassiti: potrebbe essere quello, Ale potrebbe essere abitato! E dire che sopporta a mala pena di convivere con Gaia!
All'ospedale di Tung Tako decidiamo di prendere il toro per le corna e affrontare la sanita' pubblica thai. Visitano Ale in un batter d'occhio, prima le infermiere, che disinfettano la ferita, compliano la parte burocratica pesano e provano la pressione; Gaia, che e' lasciata fuori a guardia delle bici, con tempismo perfetto fa capolino nella stanza alla domanda: "Sposato?". Il dottore conferma poi la presenza di parassiti che si stanno, evidentemente mangiando la gamba destra di Ale, prescrivendo e poi consegnando una cura antibiotica ad hoc. Ad oggi ancora la certezza medico-scientifica di aver conseguito la vittoria manca, anche se i lavori alla galleria sono cessati da qualche giorno...
La mattina, nel ristorante ancora chiuso accanto all'hotel, una sessione straordianria di preghiera viene tenuta da alcuni monaci, che sciorinano le loro preghiere musicali: speriamo siano d'aiuto anche a noi!
La cuisine qui fait croque
Al mercato domenicale, troviamo le tanto agognate mele cannella! Trattasi di frutto simil guava, anche se per forma e consistenza ricorda le bitorzolute mele cotogne, venduto con un mix di zucchero, sale e peperoncino per accompagnarle. Un integratore perfetto per noi ciclisti che reidrata e alza la pressione. Troviamo anche, come gia' a Krabi, grilli, cicale e vari tipi di bacarozzo fritti: neppure mr. Tuffy osa tanto, di vermi ne ha gia' abbastanza dei suoi! In Madagascar avevamo gia' visto un libro che decantava la bonta' di cio' che venica definito: "La cucina croccante" con riferimento alla consistenza degli insetti cucinati.
Ci spostiamo poi nella storica Chaiya per visitare il suo famoso wat e vedere le sue case antiche in legno di tek; nell'hotel dove alloggiamo incontriamo un cicloturista di Oslo appena sbarcato e ancora rintronato causa fuso e caldo. Mentre lui porta in stanza la sua bici nuova fiammante, Ale ricostruisce con lo scotch da pacco marrone i suoi parafanghi. Nell'hotel anche un tedesco espatriato per fuggire, ci dice, all'istituzionalizzazione dei disabili che ci dice essere un problema in Germania.
Tappa successiva Lang Suan, dove vediamo tante case di tek splendide che a noi paiono piu' storiche della storica Chaiya. Qui incontriamo altri due cicloturisti, in giro dall'anno scorso, di Berna; stanno girando l'Eurasia prima in moto, poi in bici, poi ancora in moto (non amano le montagne nonostante siano svizzeri) e prediligono la cucina vegetariana. Per poter comunicare, hanno uno splendido dizionario senza parole, ma sole immagini che cercheremo in futuro perche' utilissimo. I nostri progressi con la lingua sono infatti scarsi a causa soprattutto dell'alfabeto che ci impedisce, come in Indonesia e Malesia, di appprendere cammin facendo, costringendoci ad usare l'unica frase utile e a ripetere le poche parole che, pronunciate da noi, i locals sembrano capire. Ci scambiamo alcune informazioni sulle rispettive mete opposte e ci salutiamo.
Qui cerchiamo per la prima volta un medico per la gamba di Ale, ma nelle parafarmacie (come ovunque) nessuno parla inglese e non guardano neppure il problema; il presidio medico e' preso d'assalto e non resterebbe che l'ospedale per animali. Rimandiamo al giorno dopo.
Dopo la fermata all'ospedale, raggiungiamo Chumphon, citta' usata dai turisti come porto d'imbarco per le isole li' davanti. Noi, invece, ci dedichiamo alle vicine spiagge belle e deserte e all'acquisto di ciabattine e nuove scarpe, visto che quelle usate/rubate sono troppo rigide per pedalare e si rischia la tendinite.
Il nostro viaggio e' proseguito, ma ora siamo circondati da ragazzini che vogliono giocare ai giochi on line e siamo costretti ad andare. Siamo a pochi km da Bangkok e riprenderemo da li' il nostro racconto.
Chiudiamo con un'errata corrige: siamo nell'anno 2552, un bel palindromo buddista.
La mattina del giorno in cui il Comune comunica alla coop la sua decisione, ad Ale si stacca e distrugge l' "amuleto" che pendeva dal manubrio della sua bici; per alcuni e' un cattivo auspicio, per altri solo una conchiglia caduta.
Paradisi
Dalla magnifica spiaggia di Railay ci spostiamo sulla tristemente nota Ko Phi-phi, completamente distrutta dallo tsunami e risorta dalle proprie ceneri, quasi come se nulla fosse. Al punto da ricostruire anche dove lo stato ha vietato in quanto la zona e' particolarmente esposta a nuovi rischi di onda anomala.
Siamo fuori stagione e l'isola vede pochi turisti, cosi' usufruiamo dei prezzi bassi, della tranquillita' e della possibilita' di scegliere senza stress dove dormire. L'isola e' una meraviglia, ma davvero troppo costruita. Nonostante questo, ci sono ancora angoli di paradiso ed e' possibile fare passeggiate attraverso la sua foresta. Come per altri posti, pensiamo che la parola paradiso, dal momento in cui definisce un luogo, lo annienta per definizione: quando il paradiso e' scoperto, cessa di esserlo.
Lasciamo l'isola con un po' di rammarico per non averla esplorata fino in fondo, ma del resto dobbiamo pedalare: dopo due notti accompagnate dal gracchiare di rane e rospi ad altissimo volume e dal richiamo di un gufo fuori dalla nostra finestra, partiamo con un sole splendente che illumina la bellezza di questo arcipelago.
Di Krabi non resta che menzionare la nostra cuoca preferita del mercato notturno: una donnona di origini cinesi che canta mentre fa saltare con perizia nel suo wok le nostre ottime pietanze.
Zigzagando (fine)
Rimaniamo sulla costa ovest procedendo verso nord, per raggiungere Phang Nga su una strada che si snoda tra le falesie calcaree che caratterizzano questa zona della Thailandia. Poco prima di raggiungere la citta', un grosso pick-up ci affianca e ci chiede se vogliamo un passaggio per Phuket; decliniamo l'invito, noi non andiamo a Phuket. Stravolti dal caldo della mattinata, cerchiamo un hotel e dopo alcuni km di ricerca infruttuosa, arriviamo in uno che pare chiuso per ristrutturazione. E invece e' aperto in ristrutturazione pesanrte essendo completamente sventrato da un lato. Per descriverlo succintamente, diciamo che l'hotel non c'e', pero' la TV ha quaranta canali, tutti in thai, il cesso e' dotato di...piscina (lo scarico del lavandino cade direttamente a terra, sui piedi per la precisione e l'acqua non cola nel tubo di scarico}. E non siamo soli! un simpatico Gregor Samsa fa la ronda notturna e abbiamo il dolby surround (la mattina alle 5 ca. siamo svegliati da una musica a palla, sembrano canti cinesi: cesseranno solo alle 8!).
Il giorno dopo e' dedicato alla visita in long tail boat (le barche tipiche) al parco marino di Ao Phang Nga e all'omonima baia. Navighiamo tra gli stretti canali densi di vegetazione: qui c'e' infatti una foresta di mangrovie primaria. Oltre a queste importantissime piante, immersi per meta' nell'acqua, ci sono, oltre alle palme, altri tipi di albero di cui non sappiamo il nome, ma il cui frutto ricorda quello del baobab, una grossa palla bruna. Una volta entrati in mare aperto, isole-scoglio lussureggianti si ergono dall'oceano: queste falesie stanno alla Thailandia come gli iceberg stanno all'Islanda. Il paesaggio e' incantato, strano, bellissimo. Alcune grotte naturali sono attraversabili in barca, altre si possono esplorare solo in canoa, altre ancora sono visitabili a piedi sbarcando sulle loro strettissime spiaggette. Vediamo anche la famosa Khao Ping Kan, ribattezzata l'isola di James Bond dopo che vi hanno girato alcune scene di un film dello 007. Un posto incredibile, rovinato in parte da una fila di bancarelle che vendono pacchianata fatte, oltretutto, di conchiglie. Molto interessante e piu' reale il villaggio su palafitte di pescatori e le pitture rupestri vecchie di 3.000 anni che scorgiamo dalla barca.
Da Phang Nga, prendiamo la strada a nord, tra le montagne, per raggiungere Khao Sok , un altro parco nazionale questa volta in quota. Sembra che qui, oltre ad elefanti, tigri, orsi asiatici ed una pletora di altri splendidi animali, ve ne siano di altri favolosi come il macaco mangiatore di granchi (che vediamo sulla strada anche se siamo in montagna!!!) e il gatto pescatore (forse amico del gatto con gli stivali). Non vedremo nulla di tutto cio': Kaho Sok e' solo una tappa perche' qui piove molto e noi, che oltretutto non abbiamo piu' gli scarponi rispediti a casa dalla Malesia, con il trekking abbiamo dato. Almeno per un po'.
In questa giornata, causa pioggia, siamo costretti a ripararci sotto una tettoia prospicente una stazione di polizia che ci sorride curiosa, invitandoci poi a riposare al tavolo dove probabilmente gli agenti mangiano. Quando spiove e riprendiamo le bici, ci accorgiamo che abbiamo forato e utilizziamo il grande spazio coperto degli sbirri per cambiare la camera d'aria. Loro tanto stanno guardando la TV.
Anche il bungalow del parco si caratterizza per lo scarico a terra del lavandino che ad oggi e' diventata una certezza a prescindere dalla categoria dell'albergo (a parita' di prezzo stiamo, infatti, incontrando camere dalle caratteristiche molto diverse).
Dal fresco e piovoso del parco, dove con piacere mangiamo una zuppa calda e non usiamo il ventilatore, la mattina seguente scendiamo verso est, raggiungendo il paese di Phun Phin dove far tappa per poi riprendere a salire lungo la costa.
A differenza del giorno prima, possiamo godere del panorama, dato che non piove, con le montagne che si ergono nel loro splendore, le falesie anche qui dai picchi aguzzi o arrotondati, un rigoglio di vegetazione e fiumi in piena. Nonostante alcune piantagioni di alberi da gomma, qui la foresta sembra preservata.
La mia gamba destra
Questo paese, prospicente al piu' noto Surat Thani, si caratterizza per le rivendite stradali di abbigliamento e scarpe usate. A sentir la guida, potrebbero essere il frutto dei furti perpetrati in massa ai danni dei turisti diretti sulle isole dell'arcipelago di ko Samui, li' di fronte. Ale pero' ha rotto la sua scarpa destra, non trova il suo numero tra quelle nuove e percio' decidiamo di cercare tra queste in offerta. Ne acquistiamo un paio in attesa di trovarne di piu' adatte. Qui sostiamo in un ottimo hotel tipo motel che ci offre una stanza bellissima e con vasca da bagno che subito accettiamo visto che il bucato si e' accumulato da giorni.
Nel frattempo, la ferita del morso piu' profondo di sanguisuga (resto dell'ultimo trekking) si e' infettata, o almeno cosi' crediamo e a nulla serve la crema antibiotica che da piu' di una settimana applichiamo. Il sospetto di Ale si fa certezza dopo che Gaia legge sulla guida dei sintomi di un'infestazione da parassiti: potrebbe essere quello, Ale potrebbe essere abitato! E dire che sopporta a mala pena di convivere con Gaia!
All'ospedale di Tung Tako decidiamo di prendere il toro per le corna e affrontare la sanita' pubblica thai. Visitano Ale in un batter d'occhio, prima le infermiere, che disinfettano la ferita, compliano la parte burocratica pesano e provano la pressione; Gaia, che e' lasciata fuori a guardia delle bici, con tempismo perfetto fa capolino nella stanza alla domanda: "Sposato?". Il dottore conferma poi la presenza di parassiti che si stanno, evidentemente mangiando la gamba destra di Ale, prescrivendo e poi consegnando una cura antibiotica ad hoc. Ad oggi ancora la certezza medico-scientifica di aver conseguito la vittoria manca, anche se i lavori alla galleria sono cessati da qualche giorno...
La mattina, nel ristorante ancora chiuso accanto all'hotel, una sessione straordianria di preghiera viene tenuta da alcuni monaci, che sciorinano le loro preghiere musicali: speriamo siano d'aiuto anche a noi!
La cuisine qui fait croque
Al mercato domenicale, troviamo le tanto agognate mele cannella! Trattasi di frutto simil guava, anche se per forma e consistenza ricorda le bitorzolute mele cotogne, venduto con un mix di zucchero, sale e peperoncino per accompagnarle. Un integratore perfetto per noi ciclisti che reidrata e alza la pressione. Troviamo anche, come gia' a Krabi, grilli, cicale e vari tipi di bacarozzo fritti: neppure mr. Tuffy osa tanto, di vermi ne ha gia' abbastanza dei suoi! In Madagascar avevamo gia' visto un libro che decantava la bonta' di cio' che venica definito: "La cucina croccante" con riferimento alla consistenza degli insetti cucinati.
Ci spostiamo poi nella storica Chaiya per visitare il suo famoso wat e vedere le sue case antiche in legno di tek; nell'hotel dove alloggiamo incontriamo un cicloturista di Oslo appena sbarcato e ancora rintronato causa fuso e caldo. Mentre lui porta in stanza la sua bici nuova fiammante, Ale ricostruisce con lo scotch da pacco marrone i suoi parafanghi. Nell'hotel anche un tedesco espatriato per fuggire, ci dice, all'istituzionalizzazione dei disabili che ci dice essere un problema in Germania.
Tappa successiva Lang Suan, dove vediamo tante case di tek splendide che a noi paiono piu' storiche della storica Chaiya. Qui incontriamo altri due cicloturisti, in giro dall'anno scorso, di Berna; stanno girando l'Eurasia prima in moto, poi in bici, poi ancora in moto (non amano le montagne nonostante siano svizzeri) e prediligono la cucina vegetariana. Per poter comunicare, hanno uno splendido dizionario senza parole, ma sole immagini che cercheremo in futuro perche' utilissimo. I nostri progressi con la lingua sono infatti scarsi a causa soprattutto dell'alfabeto che ci impedisce, come in Indonesia e Malesia, di appprendere cammin facendo, costringendoci ad usare l'unica frase utile e a ripetere le poche parole che, pronunciate da noi, i locals sembrano capire. Ci scambiamo alcune informazioni sulle rispettive mete opposte e ci salutiamo.
Qui cerchiamo per la prima volta un medico per la gamba di Ale, ma nelle parafarmacie (come ovunque) nessuno parla inglese e non guardano neppure il problema; il presidio medico e' preso d'assalto e non resterebbe che l'ospedale per animali. Rimandiamo al giorno dopo.
Dopo la fermata all'ospedale, raggiungiamo Chumphon, citta' usata dai turisti come porto d'imbarco per le isole li' davanti. Noi, invece, ci dedichiamo alle vicine spiagge belle e deserte e all'acquisto di ciabattine e nuove scarpe, visto che quelle usate/rubate sono troppo rigide per pedalare e si rischia la tendinite.
Il nostro viaggio e' proseguito, ma ora siamo circondati da ragazzini che vogliono giocare ai giochi on line e siamo costretti ad andare. Siamo a pochi km da Bangkok e riprenderemo da li' il nostro racconto.
Chiudiamo con un'errata corrige: siamo nell'anno 2552, un bel palindromo buddista.
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